Londra

Partygate, rapporto accusa Johnson: «serio fallimento» del governo. Lui: dispiaciuto, ma vado avanti

Il rapporto a cura dell’alta funzionaria Sue Gray critica la ripetuta violazione delle regole del lockdown da parte di Johnson e della sua squadra di governo

Boris Johnson sulla graticola ma insiste: "Non mi dimetto"

2' di lettura

Un «serio fallimento di leadership e di giudizio». È la prima accusa che emerge dal rapporto curato da Sue Gray, un’alta funzionaria britannica, sul cosiddetto Partygate: lo scandalo delle feste organizzate dallo staff di Boris Johnson nel vivo dei lockdown anti-Covid fra 2020 e 2021, violando le regole imposte dallo stesso premier per arginare la diffusione del virus. «Almeno alcuni di questi raduni rappresentano un serio fallimento del rispetto non solo degli alti standard attesi da chi lavora nel cuore del governo, ma anche degli standard attesi dall’intera popolazione britannica» sottolinea l’indagine, attesa come un macigno sulla reputazione del premier.

La funzionaria ha potuto divulgare solo una minima parte dei rilievi contenuti nel suo rapporto, per evitare interferenze con l’inchiesta avviata in parallelo da Scotland Yard. Ma anche i «minimi riferimenti» che le sono stati concessi insidiano la tenuta di Johnson. In un intervento alla Camera dei Comuni, Johnson si è scusato per il suo comportamento e si è detto «grato» alle indagini di Gray, ma ha difeso l’operato del suo governo e rifiutato qualsiasi passo indietro.

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Il Partygate e il rapporto che fa vacillare Johnson

«Partygate» è il soprannome affibbiato dai media inglesi al caso che sta travolgendo Johnson e il suo staff, spingendo anche esponenti del suo stesso partito Conservatore a chiederne le dimissioni. Lo scandalo è scoppiato quando è emerso che l’entourage del premier ha organizzato e tenuto regolarmente almeno 16 feste private, con decine di partecipanti, nei mesi di lockdown più rigido contro l’ascesa di casi di Covid nel Regno Unito. Le «riunioni» elencate nel documento di Grey sono avvenute fra maggio 2020 e il gennaio 2021, per occasioni che andavano dall’addio di membri dello staff a «quiz natalizi» in vista delle festività.

A inchiodare Johnson è soprattutto il party organizzato dallo staff di Downing Street il 20 maggio 2020, in uno dei periodi più critici per l’emergenza sanitaria nell’Isola, con tanto di e-mail di invito firmata da uno dei funzionari del suo ufficio privato. Lo scandalo ha innescato prima una indagine interna al governo, curata dalla stessa Grey, poi un’inchiesta di Scotland Yard per rilevare «infrazioni più gravi» a carico di Johnson e dello staff. Gli inquirenti sono al lavoro su 12 dei 16 incontri riepilogati nel rapporto di Gre. È stata la stessa polizia a chiedere a Grey di diffondere solo una parte essenziale delle informazioni emerse, per evitare di sovrapporsi a verifiche ancora in corso.

Johnson ha ammesso il suo comportamento e si è scusato, ribadendo davanti alla Camera dei Comuni di essere «dispiaciuto» per la gestione del Partygate. Al tempo stesso, però, ha ribadito che «ci si può fidare» del suo governo e si dichiara intenzionato ad andare avanti, annunciando cambiamenti nel suo Gabinetto di governo. Il mea culpa non ha placato le polemiche, in una seduta infuocata al Parlamento. L’opposizione laburista resta ferma nella richiesta di dimissioni, un’offensiva che trova più di una sponda anche fra le file del partito Conservatori. Il deputato laburista Keir Starmer ha fatto appello anche ai suoi avversari perché riconoscano «l’inadeguatezza» di un premier definito «senza vergogna». Johnson ha reagito sostenendo che il rapporto di Gray «non sostanzia», per ora, le accuse mosse da Starmer e riferite all’inchiesta penale di Scotland Yard.

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