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Pasta, la filera aumenta gli investimenti sul grano italiano

Passano da 6 a 12mila i contratti di coltivazione tra pastai e mondo agricolo e salgono a 200mila ettari le superfici coinvolte dalle intese che stanno rilanciando la produzione di grano duro. Barilla: ricerca e innovazione fondamentali per mantenere il primato.

di Alessio Romeo


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3' di lettura

Negli ultimi due anni i contratti di coltivazione tra pastai e mondo agricolo e cooperativo sono raddoppiati, passando da 6 a oltre 12mila. Nello stesso arco di tempo è raddoppiata anche la superficie agricola oggetto di accordo che ha raggiunto i 200mila ettari, più del 15% dell’intera superficie nazionale vocata a grano duro.

Dagli accordi di filiera provengono oltre 700mila tonnellate di frumento duro italiano che hanno garantito all'industria molitoria il grano “giusto” per la produzione di semole adeguate alle esigenze dell'industria pastaria e agli agricoltori un remunerazione certa, al riparo dalle oscillazioni del mercato, con premi di produzione legati al raggiungimento di specifici parametri qualitativi e di sostenibilità.

La filiera grano-pasta ha presentato oggi in un incontro alla Camera dei Deputati, promosso e presieduto da Filippo Gallinella, presidente della commissione Agricoltura della Camera, i risultati raggiunti a due anni dalla firma del protocollo d'intesa tra mondo agricolo e cooperativo e industria di trasformazione per aumentare la disponibilità di grano duro italiano di qualità e sostenibile, supportare gli agricoltori e rafforzare la competitività della pasta italiana.

«I pastifici italiani hanno mediamente cent’anni o più, non possiamo sederci sugli allori e per mantenere il primato dell’export di pasta made in Italy dobbiamo investire in ricerca e innovazione», ha detto Paolo Barilla, in veste di vicepresidente di Unione Italiana Food. Oggi un piatto di pasta su quattro consumati nel mondo viene prodotto da un pastificio italiano. «Per continuare a crescere pensiamo anche ai nuovi canali di consumo che si stanno sviluppando come i piatti precucinati. Per questo serve investire sulla ricerca».

L’Italia importa circa il 40% del proprio fabbisogno di grano duro. «Le importazioni saranno necessarie anche in futuro ma intanto bisogna dare respiro alla produzione nazionale lavorando insieme su un prodotto migliore. I competitor stranieri sono agguerriti, il nostro prodotto si deve differenziare per qualità e competitività – ha aggiunto Barilla –. Se la pasta ha avuto una grande diffusione nella preparazione in casa il prossimo ambito di espansione potrebbe essere quello della ristorazione. Per questo dobbiamo garantire distintività e riconoscibilità al nostro prodotto».

Per valorizzare la produzione nazionale resta, tra gli altri, anche il nodo delle strutture di stoccaggio, per questo il sistema messo a punto dal protocollo sta elaborando metodologie di misurazione uniformi, con precisi paletti sulla qualità del grano stoccato in termini di contenuto proteico, umidità minima e qualità del glutine.

«Questa giornata è un esempio di ciò che deve fare il Made in Italy alimentare per crescere – ha detto il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti –. I temi chiave sono competitività e produttività. Per rispondere alle esigenze di diete alimentari che cambiano e di un mercato globale bisogna competere uniti tra agricoltori, trasformazione e distribuzione. L'innovazione è fondamentale, siamo alle porte di una nuova rivoluzione tecnologica che per l'agricoltura, per questo nella prossima manovra servono incentivi che consentano alle imprese, anche agricole, di ammortizzare i costi sostenuti per gli investimenti. Nel mondo dobbiamo trasmettere la distintività dei nostri prodotti. L'Italia – ha sottolineato Giansanti – deve tornare al suo potenziale produttivo da 1,5 milioni di ettari di grano duro ma con standard qualitativi più elevati e omogenei. Su qualità e salubrità del prodotto leggo attacchi sconclusionati che non hanno ragion d'essere visto il livello di sicurezza della nostra produzione».

«In questo percorso ricerca e innovazione – ha aggiunto il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari Giorgio Mercuri – garantiscono anche la sostenibilità della nostra produzione. A due anni dall’accordo siamo certi di poter rispondere alle aspettative dei consumatori in termini di qualità e sicurezza. Questo è fondamentale in un settore dove per troppi anni si è parlato solo di quantità. La ricerca nazionale garantisce varietà che rispondono alle richieste di qualità da parte dei consumatori ma anche di produttività del mondo agricolo, proprio grazie alla valorizzazione della produzione primaria garantita dallo sviluppo dei contratti di filiera».

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