Il nuovo regime

Patent box, perché le imprese stanno pensando di spostarsi all’estero

Gli operatori rifanno i conti dopo il cambio di disciplina deciso con la manovra. Per le medie aziende pesa la difficoltà di trasferire i laboratori e l’esclusione del know how

di Dario Aquaro, Cristiano Dell'Oste e Valeria Uva

(AdobeStock)

4' di lettura

Una soluzione per pochi. A due mesi dall’entrata in vigore del “nuovo” patent box, le imprese misurano la convenienza della super-deduzione del 110% su ricerca e sviluppo, che ha preso il posto della detassazione dei proventi dei beni immateriali introdotta in Italia nel 2015.
Tutti ricordano le proteste che hanno accompagnato il decreto fiscale dello scorso ottobre (Dl 146/2021) e la legge di Bilancio che l’ha leggermente corretto. L’impressione tra gli addetti ai lavori è che non ci sia ancora stato il paventato trasferimento in massa all’estero di asset immateriali (brevetti, software, disegni e modelli). Ma l’addio alle vecchie regole ha accelerato qualche processo di delocalizzazione già in atto. E diversi grandi gruppi stanno facendo – in via riservata – i propri conteggi. Mentre molte imprese di medie dimensioni, spesso a base familiare, faticano a immaginare di trasferire i centri di ricerca.

IL QUADRO EUROPEO
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La possibilità di optare ancora per il vecchio regime, estesa fino allo scorso 28 febbraio, ha probabilmente attenuato l’impatto immediato. La presentazione di un modello Redditi tardivo ha infatti consentito di assicurarsi il vecchio patent box fino al 2024. Ma è presto per dare un giudizio definitivo. Dopotutto, anche lo spostamento di beni “trasferibili” come quelli immateriali richiede una certa preparazione.

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Gli ultimi dati delle Finanze inquadrano la platea. Sono 2.509 le imprese che hanno usato il vecchio patent box nelle dichiarazioni presentate nel 2020, detassando 6,2 miliardi di euro di redditi su beni immateriali e plusvalenze. La regione che pesa di più è la Lombardia, da cui arriva il 44% del reddito detassato; il settore più rappresentato quello manifatturiero (46% dei beneficiari).

Una competizione diffusa

Ma non c’è solo l’Italia. La rapida diffusione di regimi agevolati per i beni immateriali nell’Unione europea «dà un’indicazione di quanto intensamente gli Stati membri competono per attrarre le componenti più mobili della base imponibile societaria», si legge nel report «New Forms of Tax Competition in the European Union» del centro di ricerca indipendente EuTax Observatory. Che riprendendo le più recenti stime di McKinsey sottolinea come le spese in R&S e beni immateriali (marchi, software, proprietà intellettuale) siano passate globalmente dal 5,4% dei ricavi nel 2000 al 13,1% nel 2016.

In questo scenario, l’Italia ha scelto di riscrivere il patent box, trasformandolo nella possibilità di dedurre il 110% dei costi di R&S pagati dalle imprese per lo sviluppo di alcuni beni immateriali. È una mossa che punta dichiaratamente a premiare chi investe in ricerca, però lascia spiazzato chi ha già completato l’investimento e sta solo sfruttando i brevetti e chi non ha beni tutelati giuridicamente, ma semplice know how (processi produttivi, tecniche che spesso si sceglie di non rendere note anche per proteggersi dalla concorrenza). «Con le nuove regole il know how diventa intutelabile ed è difficile spiegarlo a imprenditori che proprio con il continuo affinamento dei processi produttivi hanno finora difeso la propria competitività», commenta Arrigo Bandera, commercialista.

Sempre secondo le Finanze, il 64% del reddito detassato è riconducibile a 185 imprese con ricavi annui oltre i 250 milioni euro. Mentre più di mille imprese con ricavi fino a 5 milioni si spartiscono appena il 2% del beneficio fiscale. Il meccanismo del fai-da-te è stato usato solo da 370 contribuenti; tutti gli altri sono passati attraverso la procedura di ruling con le Entrate, caratterizzata da tempi lunghi a detta di molti professionisti coinvolti.

Mobilità ma non per tutti

La possibilità di trasferire i reparti di ricerca all’estero non è per tutti: «Per un’azienda italiana con 200-300 dipendenti – spiega ancora Bandera – è pressoché impossibile per fattori culturali, familiari, di management. E spesso parliamo di realtà con un fatturato di diverse centinaia di milioni, non solo di microimprese». Per le multinazionali, invece, è certo più semplice spostare capitali e laboratori verso Paesi già presidiati. Una migrazione che, a sentire i consulenti legali, è già avviata ad esempio per alcune realtà del farmaceutico, che pianificano di disinvestire dal polo insediato sull’asse Roma-Latina.

Senza contare che questi due anni di pandemia, con la spinta al lavoro da remoto, hanno reso la scelta della sede sempre più flessibile, soprattutto per le aziende t echnology oriented. Così, ad esempio, diverse start up italiane del fintech stanno guardando con interesse alla generosa deduzione del 230% sui costi R&S e ai crediti di imposta sui bilanci in perdita concessi dal Regno Unito, rimasto centrale per il mercato dei capitali anche dopo la Brexit.

Uscite tassate e meno ingressi

Sulle valutazioni di convenienza pesa anche il fattore exit tax: ovvero il “conto fiscale” da pagare con lo spostamento di sede, sia produttiva che legale. «Se l’azienda dispone di plusvalori latenti per cosi dire impliciti nella realtà industriale, prima dello spostamento il Fisco potrebbe esigere una “emersione” e di conseguenza la tassazione», osserva Luca Occhetta presidente dello studio di consulenza Pirola Pennuto Zei Associati ed esperto di fiscalità internazionale. Se diventa difficile trattenere gli asset italiani, con la riscrittura del patent box è penalizzato anche il flusso in ingresso nel nostro Paese. Anche in questo caso sono in corso i test di convenienza: alla variabile fiscale si aggiunge l’incertezza normativa e il cuneo fiscale nel lavoro che già frenavano la nostra attrattività, fanno notare gli esperti tributari. «Questo però potrebbe essere il tassello decisivo».

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