LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Patrimonio culturale pubblico con più tutele anche sotto il profilo fiscale

di Cosimo Brigida

(Alamy Stock Photo)

2' di lettura

Il patrimonio culturale di proprietà pubblica gode sempre delle disposizioni di tutela previste dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, mentre la proprietà privata ne beneficia solo allorquando sul bene sia intervenuta una dichiarazione di interesse storico, artistico, archeologico o etnoantropologico da parte della Sovrintendenza. È quanto emerge dall’ordinanza 12307/2017 di Cassazione secondo cui, al contrario del patrimonio privato, le cose mobili o immobili di proprietà pubblica che presentino un semplice interesse storico ed artistico sono da considerarsi beni culturali ai fini del godimento della tutela codicistica, senza la necessità di un atto formale che ne riconosca tale requisito.

Cassazione, ordinanza 12307/2017

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Il contrasto giurisprudenziale
La decisione della Suprema corte, chiamata a esprimersi in merito all’applicabilità del beneficio fiscale previsto dal Dl 16/1993, articolo 2, comma 5, agli immobili di interesse storico o artistico, appartenenti ad enti pubblici, si pone in netto contrasto con quelle scaturite nei precedenti gradi di giudizio. La Ctp, infatti, aveva ritenuto necessaria, ai fini del riconoscimento del beneficio, la trascrizione del decreto direttoriale di interesse storico artistico dell’immobile presso la Conservatoria, riconoscendo a tale adempimento natura costitutiva; la Ctr invece, pur avendo riconosciuto al provvedimento direttoriale natura dichiarativa, tuttavia per le agevolazioni ai fini Ici aveva stabilito che la rendita dovesse essere quantificata nella misura prevista dal Dlgs 504/1992, articolo 5, comma 2, sino a quando il vincolo non fosse stato trascritto nei registri immobiliari.

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La conclusione

Secondo la Suprema corte vige una presunzione che prevede che siano da considerarsi beni culturali le cose mobili o immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente o istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici, che presentino un semplice «interesse storico, artistico, archeologico o etnoantropologico».

Tale presunzione sussiste fino a quando non sia stata effettuata una verifica da parte del Ministero competente ed è destinata a venire meno solo nell’ipotesi in cui, all’esito della verifica sul bene, non sia stato riscontrato alcun interesse culturale.

Deve concludersi pertanto che, ai fini dell’applicazione del beneficio fiscale previsto dal Dl 16/1993, articolo 2, comma 5 agli immobili di interesse storico o artistico di appartenenza pubblica, non è necessaria la preesistenza di un formale provvedimento che riconosca l’interesse culturale emesso dall’autorità amministrativa. Il provvedimento adottato dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici ha natura meramente ricognitiva; il riconoscimento del beneficio fiscale prescinde dalla trascrizione del provvedimento presso i registri immobiliari. Per l’applicazione del regime agevolato ai beni

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