intervista

Patroni Griffi: per il Recovery plan Pa efficiente, ma non commissari

Parla il presidente del Consiglio di Stato: il modello Genova non è esportabile a regime. Più intesa Stato-Regioni per evitare sui vaccini il braccio di ferro sulle misure anti-Covid

di Antonello Cherchi

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(Imagoeconomica)

Parla il presidente del Consiglio di Stato: il modello Genova non è esportabile a regime. Più intesa Stato-Regioni per evitare sui vaccini il braccio di ferro sulle misure anti-Covid


4' di lettura

Il Recovery plan, comunque lo si concepisca, dovrà contare su una pubblica amministrazione efficiente. E siccome questo non può avvenire in poco tempo, bisogna procedere per gradi. Per esempio, nel campo delle infrastrutture si devono ridurre le stazioni appaltanti, dotarle di personale tecnico qualificato, sfrondare il codice degli appalti, riservare i commissari solo a 4-5 opere strategiche, avviare le semplificazioni sulla Via e sulla Vas. Per quanto riguarda i rapporti tra Stato e Regioni, la leale collaborazione va ripristinata e non affidata alle decisioni del giudice amministrativo. Che non si ripeta per la campagna vaccinale quanto è successo per le misure anti-Covid. Per Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, quella che l’Italia si prepara a gestire è una situazione unica.

Facile a dire, ma come avere una Pa efficiente?

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È uno snodo cruciale per il Recovery plan. Non è un processo che si può fare in due mesi, però ci si può organizzare. A monte c’è bisogno di scelte politiche definite e di un quadro normativo chiaro. Non si può scaricare, come spesso accade, sull’amministrazione o sulla giurisdizione l’incertezza della politica o la confusione delle regole. Prendiamo il settore chiave delle infrastrutture: alcuni interventi si sarebbero dovuti fare da tempo, come ridurre tutte le stazioni appaltanti e dotarle di personale tecnico qualificato.

Il modello Genova si può generalizzare?

No. Al massimo potrebbe essere applicato ad altre 3-4 opere strategiche. Se voglio generalizzare un modello derogatorio, tanto vale fare una procedura semplificata ma ordinaria. Eppoi c’è un altro elemento. Secondo uno studio della Banca d’Italia le opere pubbliche in Italia durano circa 4,4 anni: 2,5 per la progettazione, circa 6 mesi per l’affidamento e 15 per l’esecuzione. Quando si fa l’esempio di Genova, bisogna ricordare che si è trattato di un’opera che non ha richiesto alcun intervento a latere, tipo le espropriazioni dei terreni, in cui c’era un progetto donato da Renzo Piano e in cui durante la fase della realizzazione l’attenzione di tutti era su Genova.

Il Governo Conte ha previsto 30 commissari per 59 opere strategiche.

A me sembrano un po’ tanti.

Dunque, la figura del commissario non può essere risolutiva?

Il commissario sarebbe un responsabile del procedimento e, pertanto, la realizzazione puntuale dell’opera dipende più che dal commissario dalla bontà del procedimento. Non si può pensare di attuare il Recovery plan con commissari e procedure straordinarie.

Inoltre, ci sono da mettere in conto i ricorsi al giudice amministrativo.

Non è come sembra. I dati, seppure riferiti al 2018, ci dicono che è stato impugnato l’1,5% del totale delle procedure bandite e una gara su 300 è stata sospesa dal Tar o dal Consiglio di Stato. La durata del giudizio in materia di appalti è, tra primo e secondo grado, di 1,5 anni. Le istanze cautelari si esauriscono in una trentina di giorni a grado.

Sul banco degli imputati c’è anche il codice appalti.

È quello che sento dire dappertutto: che bisogna sospendere il codice perché ci blocca. Allora togliamo quello che non è previsto dalle direttive europee, il cosiddetto gold plating, e vediamo se funziona meglio. Se ce lo chiedono, siamo disposti a farlo.

Cioè?

Se il Governo affida il compito al Consiglio di Stato, noi ci siamo. In 2-3 mesi si può fare, soprattutto se potremo contare su 4-5 esperti della materia.

Ci sono poi gli snellimenti di procedure previsti dal Dl semplificazioni. Possono funzionare?

Non sono fatti male, ma bisogna vedere come si comporteranno all’atto pratico. Il settore delle autorizzazioni Via-Vas è sicuramente uno di quelli più in sofferenza, anche nelle impugnazioni. C’è un altro aspetto da considerare: in Francia sulle grandi opere aprono in via preliminare un dibattito pubblico tecnico. Pratica da noi introdotta di recente, ma poco utilizzata. Se si danno prima informazioni corrette e ci si confronta, la decisione è più difficilmente contestabile. È quanto deve fare una democrazia amministrativa matura.

Più trasparenza, dunque. La nostra pubblica amministrazione resta oscura?

La trasparenza è cresciuta, ma rimangono criticità, come la pubblicità dei dati del Cts durante la pandemia. Si è dovuti andare in giudizio perché la Pa si decidesse a farli conoscere. Se anche nella gestione dei vaccini ci fosse la massima trasparenza e pubblicità dei criteri e magari anche un po’ di uniformità - perché non si può pensare che le Regioni agiscano in ordine sparso: occorre una gestione unitaria -, la situazione verrebbe accettata meglio. O la si criticherebbe a ragion veduta. Ancora una volta è un problema di democrazia amministrativa matura.

Dove non troverebbe posto un conflitto così aspro tra Stato e Regioni. Bisogna modificare il titolo V?

Vedendo com’è andata durante l’emergenza, occorrerebbe un intervento per affermare un principio fondamentale, che per la verità si può ritrovare anche nel testo attuale. Si dovrebbe stabilire una clausola di supremazia, ovvero la competenza dello Stato in tutte le questioni di rilevanza nazionale. Nella pandemia sicuramente è mancata la leale collaborazione per colpa prevalentemente delle Regioni, ma allo stesso tempo c’è stata una ritrosia dello Stato a esercitare il potere sostitutivo. Forse per cercare di creare meno conflitti, ma non so fino a che punto ci sia riuscito. In una comunità ordinata deve funzionare il principio della leale collaborazione, altrimenti nelle situazioni d’emergenza c’è il caos totale.

Il processo amministrativo a distanza resterà?

La regola deve essere il processo in presenza. Alcune attività collaterali - penso al giuramento del consulente tecnico o alla riconvocazione delle camere di consiglio per le decisioni - si possono anche fare da remoto. Ma le udienze devono essere in presenza. Nel processo da remoto si trattano meno ricorsi perché i tempi di discussione sono più lunghi e soprattutto si perde il contatto tra avvocati e magistrati, che fa capire meglio la dinamica del dibattimento. Eppoi il processo in presenza garantisce la pubblicità dell’udienza.

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