intervista al presidente del Consiglio di Stato

Patroni Griffi: «L’algoritmo può aiutare il giudice»

L’intelligenza artificiale, già utilizzata nell’azione amministrativa, può essere d’ausilio anche ai magistrati ma non per produrre le sentenze

di Antonello Cherchi

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L’intelligenza artificiale, già utilizzata nell’azione amministrativa, può essere d’ausilio anche ai magistrati ma non per produrre le sentenze


3' di lettura

È una giustizia amministrativa che ha ridotto ancora l’arretrato (-6% nel 2019 rispetto all’anno prima al Consiglio di Stato e -10% nei Tar) e che ha ricevuto nuove risorse di personale dal decreto milleproroghe di fine anno quella che Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, presenterà nella cerimonia di apertura dell’anno giudiziario. Per la prima volta parleranno anche gli avvocati e gli avvocati dello Stato: «Apriamo ai nostri interlocutori abituali, cioè alle parti attraverso i loro difensori. Dunque, apriamo alla società civile», commenta Patroni Griffi. Ma è anche una giustizia che ha bisogno urgente di una riforma del procedimento disciplinare e che guarda con attenzione, almeno in prospettiva, all’intelligenza artificiale.

Ci dobbiamo preparare all’arrivo dell’algoritmo?

Per il momento non nel giudizio. Viene invece già utilizzato nell’azione amministrativa. Per esempio, ci sono state due nostre sentenze sul trasferimento degli insegnanti effettuato utilizzando l’intelligenza artificiale. Abbiamo detto che va bene, perché l’algoritmo dà garanzie di speditezza e di imparzialità, ma questo non può risolversi in una diminuzione di garanzia. Devo, cioè, sapere quali criteri e quali dati sono stati immessi nell’algoritmo, perché altrimenti non posso più controllarlo sul piano giurisdizionale.

In prospettiva si può estenderlo al giudizio amministrativo?

Qualche applicazione nel contenzioso come quello sulla circolazione stradale o assicurativo – che però non rientra nella nostra giurisdizione – c’è già. Potrebbe essere utile anche nella giustizia amministrativa, non però per produrre la decisione finale, ma come supporto al giudice, per esempio in materia di risarcimento dei danni, soprattutto quelli da perdita di chance in materia di appalti.

Ovvero?

Una volta riconosciuto il danno e la responsabilità, l’algoritmo potrebbe calcolare il risarcimento grazie a una serie di dati che oggi sono quelli che diamo all’amministrazione per determinare i criteri di calcolo.

I tempi sono maturi?

Per ora no, ma ci si potrà arrivare.

In agenda c’è la riforma disciplinare. Perché?

Occorre un ventaglio più ampio di sanzioni: da noi si passa dalla perdita di anzianità di ruolo fino a un massimo di due anni, alla destituzione. Manca la sanzione intermedia: la sospensione dalla qualifica e dallo stipendio per un determinato periodo. Questo comporta il rischio che la sanzione possa non corrispondere, per eccesso o per difetto, al principio di proporzionalità.

Un intervento anche per prevenire il rischio di esposizione eccessiva del magistrato?

Il profilo di etica pubblica è centrale nell’idea stessa di giurisdizione e di giudice. Avere sanzioni modulabili aiuta in questo senso.

Il Consiglio di Stato si appresta ad assumere la presidenza biennale dell’Aca, l’Associazione dei Consigli di Stato e delle Corti supreme amministrative della Ue. Un passo importante?

Assolutamente sì. Che ci piaccia o no, ormai lo spazio europeo è uno spazio reale, in cui circolano persone e cose. Inevitabilmente c’è, dunque, bisogno di una regolamentazione giuridica. Il dialogo tra le Corti amministrative nazionali serve a fare in modo che la tutela nei confronti dei pubblici poteri sia omogenea.

Attraverso i vostri pareri sugli atti del Governo riuscite a capire anche la qualità delle norme. In questi ultimi anni è aumentata?

Il problema della “chiarezza” delle disposizioni permane. Ma è un problema della legge. E c’è anche una ragione fisiologica: la legge deve fare una mediazione tra interessi e talvolta questi ultimi possono essere contrapposti.

Un problema nostro?

Può essere un problema di tutti i legislatori, ma lo è in misura maggiore o minore quanto maggiore o minore è omogenea la società che esprime il Parlamento. Per quanto riguarda i regolamenti che ci vengono sottoposti, siamo sempre più attenti che contengano un’analisi di impatto effettiva e non cartolare, come in passato è accaduto, e che venga, in alcuni casi, inserito un monitoraggio dell’attuazione di quelle norme.

Il ricorso alle misure attuative è fisiologico o è una stortura del nostro modo di legiferare?

Paradossalmente è quasi un sistema virtuoso: la legge dovrebbe contenere i principi generali di una materia e l’attuazione dovrebbe essere demandata alla normativa secondaria perché più flessibile. Da noi però la questione è complicata dal fatto che spesso la normativa di dettaglio non è di competenza del Governo ma degli enti locali. Inoltre, non è infrequente che ci si ritrovi con leggi infarcite di disposizioni di dettaglio, senza che questo escluda un rinvio ai regolamenti attuativi.

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