L’intervista

Ilva, Patuanelli: «Il piano? Area a caldo nel breve periodo, poi decarbonizzare»

Avviata la battaglia giudiziaria, il ministro dello Sviluppo economico, esponente dei 5 Stelle, spiega le prossime mosse del governo. «Cambiano gli aiuti 4.0»

di Carmine Fotina


Detto e contraddetto: le frasi della politica sull’Ilva

5' di lettura

Avviata la battaglia giudiziaria, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, esponente dei 5 Stelle, spiega le prossime mosse del governo. Proprio a lui, insieme al premier Giuseppe Conte, tocca trovare una soluzione a un caso esploso dopo sei mesi di contraddizioni continue sull’immunità penale, fino alla cancellazione votata da tutta l’attuale maggioranza su proposta del Movimento.

C’è solo la via legale o vedrete la proprietà nei prossimi giorni per provare a riaprire in extremis la trattativa?
Il dossier Ilva è incardinato al ministero dello Sviluppo economico e ora anche a Palazzo Chigi e per il prosieguo delle interlocuzioni comunicherà il presidente del Consiglio il come e il quando. C’è in gioco il sistema Paese e una multinazionale che pensa di poter trattare l’Italia come una colonia, acquisendo un’azienda strategica per poi decretarne la morte in via unilaterale, in deroga ai contratti ed eliminando dal mercato la concorrenza contro cui aveva vinto una gara europea. Mi spiace che ancora si tiri in ballo la questione dello scudo, quando dal primo istante dell’incontro a Palazzo Chigi lo stesso premier ha sgomberato il campo da questa ipotesi, e dopo che la stessa azienda ha scritto nero su bianco che non è quello il problema. Capisco tuttavia la politica e la comunicazione che cavalca il tema dell’alibi: arrivati a questo punto credo che più di dire che è stato fornito un alibi è più corretto dire che è stata tolta la maschera all’azienda, che aveva programmato ben prima il suo disimpegno - forse dal primo giorno - e che oggi parla addirittura di spegnimento, compromettendo quindi il funzionamento dell’acciaieria.

I parlamentari 5S hanno ribadito il no allo scudo ma dicono di essere pronti a discuterne se dovesse risultare necessario. Lei ritiene indispensabile un nuovo provvedimento per la contesa con l’azienda o per dare comunque garanzie a nuovi gestori?
Credo che i nostri parlamentari abbiano espresso la migliore posizione possibile. Hanno capito che il problema dello scudo, come ho detto prima, era un pretesto e non si sono fermati davanti alla forma, hanno badato alla sostanza. Anche dicendo che, qualora il premier lo ritenesse necessario, potrebbero valutare ogni ipotesi. Io, personalmente e come ho già dichiarato, ritengo che si possa valutare l’inserimento di una norma di rango primario che espliciti il principio espresso nell’articolo 51 del codice penale, un principio già presente nel nostro ordinamento. L’impressione che ho oggi, tuttavia, è che ArcelorMittal non voglia una protezione sui crimini commessi in passato - che sarebbero già “scudati” dal nostro ordinamento giuridico - ma per quelli che avrebbe commesso in futuro. Lo dico perché ben prima dell’eliminazione dello scudo ci aveva già comunicato la volontà di licenziare 5mila persone, di ridurre la produzione e quindi, di fatto, di stracciare il contratto firmato circa un anno prima.

Ci sarebbe la disponibilità dell’esecutivo a sostituire gli esuberi strutturali preventivati dall’azienda con ammortizzatori per 2-2500 lavoratori?
Chiariamoci su un punto, se parliamo di esuberi non c’è alcuna intenzione del governo di rivedere il contratto. Se parliamo di un accompagnamento momentaneo ad una fase di contrazione del mercato, il governo è pronto a fornire tutte le soluzioni. Non è questo il caso, ce lo ha detto chiaro e tondo Mittal: per loro la produzione a 4 milioni di tonnellate e i 5mila esuberi sono strutturali, non legati al mercato. D’altronde, hanno da poco chiuso un deal in India a cui stavano lavorando da un paio d’anni per la produzione di 8/10 milioni di tonnellate, circa la quantità che avrebbero dovuto raggiungere a Taranto una volta ultimato il piano ambientale. Che strana coincidenza.

La maggioranza chiede un percorso di decarbonizzazione. Significherebbe un’Ilva più sostenibile ma più piccola senza area a caldo o solo con una parte degli altiforni?
Nel breve periodo il ciclo integrale è necessario ma vanno fatti interventi importanti sugli impianti e sulle parti più inquinanti di questi: AFO, convertitori, macchina a colare. Il percorso di decarbonizzazione richiede tempo, era presente nel piano industriale della cordata che è stata battuta da Arcelor Mittal nella gara per aggiudicarsi l'ex Ilva. Una gara a cui sono stati impediti i rilanci competitivi e che ha quindi estromesso la cordata concorrente configurando, come dice l’avvocatura, l’eccesso di potere.

Se tutto dovesse naufragare servirà un prestito ponte per la gestione commissariale?
I conti a livello economico dell’ex Ilva andavano meglio con la gestione commissariale. Non credo serva aggiungere altro.

Mercoledì ha coordinato il Tavolo Transizione 4.0. Perché cambiare il sistema degli incentivi?
A tre anni dalla nascita del Piano Impresa 4.0, i dati sull’utilizzo degli strumenti fiscali ci dicono che la platea delle imprese beneficiarie si può estendere. Un incremento del 40% con questa riforma. L’abbiamo chiamata Transizione 4.0 e di fatto definisce la nuova politica industriale dell’Italia, coniugando anche i primi step del Green new deal. Il nuovo sistema intende quindi coinvolgere maggiormente anche le piccole che investono in innovazione, nelle competenze, nell’economia circolare, nel design. Riteniamo inoltre sia necessario abbandonare la logica della proroga annuale delle agevolazioni fiscali 4.0 per passare a una programmazione pluriennale, che impegni il Governo a sostenere, con la necessaria continuità e con incrementi progressivi dei finanziamenti, la transizione verso le nuove tecnologie abilitanti.

Quanta parte del nuovo piano potrà entrare già come e emendamenti alla legge di bilancio?
Puntiamo a inserire nella versione finale del Ddl Bilancio l’intero impianto normativo illustrato alle associazioni imprenditoriali. Il Mise ha presentato specifici emendamenti allo schema in discussione in Parlamento, ma non faremo nulla senza il consenso degli imprenditori. La decisione finale deve essere collegiale, i feedback arrivati fino ad ora sono molto positivi e colgo l’occasione per ringraziare tutti i corpi intermedi che hanno intrapreso questo percorso assieme a noi dal primo giorno in cui mi sono insediato al ministero.

Il cambio di incentivi prevede l’ampliamento della platea a parità di intensità? Serviranno dunque risorse supplementari?
Le intensità del beneficio fiscale sono state rimodulate per tener conto del passaggio dallo strumento della maggiorazione dell’ammortamento al credito d’imposta e del potenziale ampliamento della platea di imprese che potranno accedervi. Non servono però risorse supplementari rispetto ai 5,6 miliardi di euro previsti nello schema base per le proroghe dell’iper e super ammortamenti e del credito per la formazione 4.0. Sono invece risorse aggiuntive quelle che il governo metterà a disposizione delle imprese con il nuovo credito d’imposta sull’economia circolare, circa 1,3 miliardi nel prossimo triennio.

Ha avuto rassicurazioni dal Mef sulla copertura per garantire l’estensione triennale?
Il Mef è d’accordo con noi nel garantire in legge di bilancio, oltre alla copertura finanziaria per il 2020, un impegno programmatico sulla conferma dell’impianto agevolativo per il biennio successivo. A mio avviso la Transizione 4.0 potrà avere step successivi d’incremento, avendo quest’anno scongiurato 23 miliardi di aumenti IVA e dedicato alla riforma Transizione 4.0 circa 7 miliardi. Questi numeri dimostrano che chi parla di aumento delle tasse è in malafede.

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