il finanziere

Paul Singer, il proprietario del fondo Elliott che s’ispira a un economista italiano (sconosciuto)

Una vita sempre all’attacco puntando su azioni sottovalutate e società in difficoltà. Singer è riuscito a fondare un impero valutato 31,4 miliardi di dollari

di Riccardo Barlaam

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Paul Singer, fondatore e presidente di Elliott Management Corp (Bloomberg)

Una vita sempre all’attacco puntando su azioni sottovalutate e società in difficoltà. Singer è riuscito a fondare un impero valutato 31,4 miliardi di dollari


6' di lettura

È abituato a giocare d’attacco Paul Elliott Singer, il finanziere newyorchese proprietario del fondo Elliott Management. Ha costruito la sua fortuna puntando sulle cause perse, che puntalmente vince. Grazie alle sue posizioni attiviste su azioni sottovalutate, bond in default o società in difficoltà. Il suo segreto è conservato con cura nello scaffale della sua libreria, nell’ufficio sulla 57esima strada a Manhattan, a pochi passi da Central Park: uno studio sulle crisi finanziarie di un economista italiano, il cui nome non dice molto ai più: Costantino Bresciani Turroni.

Lo studio sull’inflazione tedesca...
Il volume è «The Economics of inflation: a study of currency depreciation in post war Germany». L’edizione originale, come il suo autore, è italiana. Ripubblicata nel 1978 da Giuffrè: «Teoria dell'inflazione: studio sul deprezzamento monetario nella Germania del dopoguerra 1914-1923». Paul Singer lo ha ritrovato in un fondo di una vecchia libreria newyorchese, incuriosito da una nota su un paper accademico. Ne ha una ventina di copie che conserva gelosamente, e dona solo agli amici più preziosi. Sorta di bussola dell’agire del fondo di questo finanziere psicologo. Abituato a combattere le battaglie legali con il fioretto. E a shakerare tutte le società su cui investe come in un frullatore acceso. Per migliorarne l’efficienza e, in definitiva, il rendimento azionario. Che è l’unico vero scopo del suo attivismo. La strategia è sempre la stessa. Dai bond dell’Argentina in default di qualche anno fa a Tim, Sky e Hyundai, le puntate degli ultimi tempi.

...di un economista italiano dimenticato
Bresciani Turroni è un economista e accademico italiano del Novecento. La sua attività di ricerca ha attraversato tutto il ventesimo secolo, il primo dopoguerra, la crisi del ’29, fino al secondo Dopoguerra e agli anni della ricostruzione. Intellettuale antifascista durante il fascismo - nel 1925 è uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, insieme, tra gli altri, a Luigi Einaudi, Luigi Albertini, Gaetano Salvemini, Piero Calamandrei, Eugenio Montale. Nel 1933 si dimette dall’Accademia dei Lincei pur di non giurare fedeltà al regime. E continua, con grande rigore, la sua ricerca per tutta la vita. Poggiando i gomiti sulle scrivanie delle Università di Berlino, Pavia, Bologna, Palermo e, infine, Milano dove ha insegnato fino al 1957. Editorialista del Corriere della Sera, è stato anche ministro del Commercio estero per pochi mesi nel Governo Pella, oltreché presidente della Banca di Roma.

Che cosa c’entra la crisi tedesca con il fondo attivista
Il libro di Bresciani Turroni analizza le cause che hanno portato alla spirale iperinflazionistica tedesca dopo la prima guerra mondiale e all’instabilità monetaria che ha strozzato una nazione intera - impero fino a poco prima - aprendo le porte al populismo e alla dittatura nazista con tutte le sue nefaste conseguenze. Singer considera il librodi Bresciani Turroni, contemporaneo di J.M. Keynes, il miglior studio sulle crisi finanziarie per comprendere dove possano portare le politiche monetarie sbagliate. Probabilmente c’è anche il lavoro del dimenticato economista italiano dietro la sua idea fissa vincente nella finanza di puntare sulle cause perse. Sulle società in difficoltà, o i titoli sottoperformanti o i bond governativi in default.

Figlio di un farmacista votato alla finanza
Figlio di un farmacista, di famiglia ebrea, cresciuto a Tenafly, sobborgo di Nyc che sconfina nel New Jersey, dall’altra parte del fiume Hudson, con una laurea in psicologia e una specializzazione in legge ad Harvard, Singer ha cominciato muovendo i primi passi nella finanza come avvocato nella divisione immobiliare della banca d’investimento Donaldson, Lufkin and Jenrette nel 1974. Tre anni dopo fonda la sua creatura, il fondo Elliot Management, di cui ha in mano il 90% del capitale, e che oggi gestisce asset per 31,4 miliardi di dollari. Da quando è stato fondato Elliott, dati alla mano, ha avuto un rendimento annuale medio del 13,5%. Sopra al rendimento della Borsa americana. Ci sono stati solo due anni in cui il fondo di Paul Singer non è andato bene, dalla sua fondazione 41 anni fa: nel 1998, quando ha perso il 7%, e nel 2008, l’anno della tempesta subprime, con un calo limitato al 3% considerando la crisi finanziaria globale.

La strategia è sempre la stessa
Ogni tre mesi da quando ha fondato Elliott, Paul Singer redige un report confidenziale al quale hanno accesso solo i suoi investitori, attraverso password super segrete e accessi internet criptati, nel quale esprime la sua visione del mondo e delle evoluzioni politiche ed economiche. La strategia di Singer da quando ha cominciato a fare il finanziere è sempre la medesima: non usare la leva finanziaria, ma piuttosto focalizzarsi sugli asset in difficoltà, le società in disgrazia. Comprando debito super scontato di aziende o governi in bancarotta per poi cercare di guadagnarci attraverso i ricorsi in tribunale. Oppure puntare a migliorare la governance delle aziende sottovalutate per farle funzionare meglio e rendere di più. «Quando decide di entrare in una società mette pressione al management ma il risultato di solito è uno sviluppo del rendimento azionario», racconta Eric Martinuzzi di Lake Street Capital Market.

Dai bond dell’Argentina al petrolio del Congo
La sua attività di raider nel mondo del debito sovrano comincia alla metà degli anni Novanta quando investe pesantemente sui bond in default del Perù. Compra 11,4 milioni di dollari di bond che il Perù non riesce a ripagare alla scandenza. Ricorre in tribunale. Perde in primo grado. In appello nel 2000 un giudice riconosce le sue ragioni e ottiene un risarcimento di 58 milioni di dollari. Dai bond del Perù ai bond dell’Argentina che nel 2002 dichiara default su quasi cento miliardi di obbligazioni governative. Singer compra 182 milioni di dollari di bond argentini. Rifiuta le offerte di ristrutturazione di 30 centesimi per dollaro. Dopo quindici anni di battaglie legali a colpi di carte bollate e di ricorsi incassa 2,3 miliardi di dollari di risarcimento. Un investimento per il quale Elliott ha ottenuto alla fine della guerra giudiziaria un rendimento del 369%. La stessa cosa succede con i bond del Congo Brazaville. Da un investimento iniziale di 10 milioni, alla fine della solita disputa in tribunale, ottiene un rimborso di 127 milioni di dollari. Negli ultimi anni l’attività del fondo Elliott dal debito sovrano si è spostata sulle società.

L’attivismo del fondo attivista
Le mosse del fondo attivista negli ultimi tempi fanno impressione per la rapidità e la quantità di fiches gettate sul tavolo. Tempo fa il fondo attivista ha annunciato di aver acquistato azioni per oltre un miliardo di dollari di Hyundai Motor Group. E ha già chiesto al chaebol coreano di preparare un piano chiaro per migliorare le operazioni, semplificare la sua struttura proprietaria e di governance. «À la guerre comme à la guerre», ma per dare valore agli azionisti.

Le Tlc sono le società preferite
«Come azionista di maggioranza, Elliott è lieta di rilevare che Hyundai Motor Group sta facendo i primi passi verso il miglioramento e una più sostenibile struttura societaria», afferma in una nota. Il fondo attivista ha investito nei due car maker del gruppo, Hyundai Motor e Kia Motors, e nella società di componentistica Hyundai Mobis. Non è la prima puntata in Corea del Sud per Elliott. Nell’ottobre di due anni prima il fondo decise di entrare in Samsung, anche lì ha cercato di modificare la governance del chaebol, senza successo. Da allora comunque le azioni Samsung hanno avuto un rally superiore del 50%. L’assegno di un miliardo di dollari staccato da Elliott per Hyundai è degno di nota anche per un altro motivo: su oltre 60 società sulle quali il fondo newyorchese ha investito dal 2010, solo quattro sono legate al settore industriale. Le azioni legate all’hi-tech e alle tlc sono le favorite dall’hedge fund del finanziere psicologo.

La battaglia su Telecom con Bolloré
Asia, Europa e Stati Uniti. Prima della puntata da 3,2 miliardi in AT&T Elliot ha acquistato il 10,3% di azioni di Commvault Systems. Società americana di software quotata a Wall Street che ha una capitalizzazione di 2,6 miliardi. Il fondo newyorchese ha subito nominato quattro nuovi componenti nel cda. E le azioni Commvault in Borsa hanno subito avuto un balzo del 12%. In Italia oltre al Milan, Elliott ha staccato un assegno di oltre 800 milioni di dollari per conquistare il 5,74% del capitale di Tim. Ed è subito cominciata la battaglia con Vivendi tra poltrone che saltano, ricorsi e contro ricorsi, carte bollate, tribunali, assemblee. Il fondo Elliott punta a ribaltare la governance alla francese per far trionfare la public company. «À la guerre comme à la guerre». Ma per far soldi.

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