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Payback, quella tagliola che mette a rischio le imprese del biomedicale

Come funziona la tagliola dei tetti alla spesa pubblica voluta dalla spending review: lo splafonamento del 4,4% del Fondo sanitario nazionale viene imputato alle imprese, molte delle quali di piccole dimensioni

di Marzio Bartoloni e Flavia Landolfi

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3' di lettura

Se lo Stato sfora il budget per curare gli italiani tocca alle aziende pagare di tasca propria. Lo chiamano payback ma si legge tagliola per le imprese del settore. Il countdown era già scattato da giorni: entro il 16 gennaio il settore avrebbe dovuto “risarcire” le Regioni delle eccedenze maturate sugli ordini. Ma la proroga decisa dal governo e confermata in un decreto-legge approvato in Consiglio dei ministri ha spostato le lancette al prossimo 30 aprile.

Il payback sanitario

Il micidiale payback è un meccanismo nato circa 10 anni fa insieme a quello dei tetti per provare a governare la spesa sanitaria nell'epoca della cosiddetta spending review. Finora il payback è stato impiegato in particolare per tenere sotto controllo la spesa per i farmaci, già dal 2008, e solo da poco per la spesa in dispositivi medici come pacemaker, aghi o garze: la norma risale al 2015 ai tempi del Governo Renzi, ma si è deciso di applicarla soltanto ora attraverso il decreto Aiuti bis varato dal Governo Draghi pochi mesi fa. Questo meccanismo prevede che le aziende sia del settore farmaceutico che del settore biomedicale (quello appunto dei dispositivi medici) coprano la metà dell'extra spesa annuale, in pratica sono obbligate per legge a sborsare il 50 per cento dello sforamento del tetto di spesa. Nel caso dei dispositivi medici questo meccanismo è scattato per gli sforamenti del tetto di spesa di 4 anni e cioè dal 2015 al 2018 che è calcolato sul 4,4% del Fondo sanitario nazionale, la torta cioè delle risorse disponibili ogni anno per le cure degli italiani.

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Lo splafonamento

Questi sforamenti cubano in tutto oltre 4 miliardi e mezzo, la metà (2,2 miliardi) sarà a carico delle aziende del settore biomedicale chiamate a pagare in quota parte in base ai fatturati. Le aziende però contestano questo meccanismo tanto da aver presentato una pioggia di ricorsi perché sostengono che non possono essere chiamate a rispondere per una spesa eccessiva che non è stata decisa da loro bensì dalle Regioni attraverso gare pubbliche con cui si riforniscono di dispositivi anche salvavita come strumenti per dialisi, valvole cardiache, protesi e ferri chirurgici.

Pmi stritolate

La stangata colpirà soprattutto le piccole e medie imprese del settore, più fragili rispetto alle grandi multinazionali ma anche quelle che tengono in mano quasi un intero settore. Secondo i dati di Confindustria Dispositi Medici sono 2.523 le imprese di produzione che, insieme alle 1.643 di distribuzione e alle 380 di servizi producono o distribuiscono i dispositivi medici nel nostro Paese. Ma il tessuto imprenditoriale è polverizzato dalla forte prevalenza di Pmi che rappresentano circa il 94% del mercato: su 4546 imprese solo il 5,7%, dice Confindustria, è di grandi dimensioni. Il business vale 16,2 miliardi di euro tra export e mercato interno: quest’ultimo cuba 10,8 miliardi di cui il 78% proviene dalla sanità pubblica. «Il payback mette a rischio oltre 112mila posti di lavoro - dice Massimiliano Boggetti, presidente dell’associazione - perché chiedere alle imprese 2,2 miliardi di euro entro gennaio significa farle chiudere con conseguenze drammatiche per l'occupazione, i territori e la qualità della salute del Paese». Con il payback, per altro, le aziende dovranno accantonare poste di esercizio, fra l’altro indeducibili, che porteranno i bilanci 2022 in rosso.

Le soluzioni allo studio

Nasce da qui, dall’esigenza di mettere al riparo le Pmi, l’ipotesi di sterilizzare i debiti per le realtà più piccole. «Nei prossimi mesi valuteremo il da farsi anche in base alle risorse disponibili», spiega Ylenja Lucaselli (Fdi) che partecipa al tavolo aperto al Mef per trovare una soluzione. L’obiettivo è il ripiano totale dei bilanci delle Regioni che però presenterebbe allo Stato un conto salatissimo per le finanze disponibili. Più realistica l’ipotesi di restringere il campo con uno “sconto” per le aziende o, se possibile, con l’esclusione delle piccole dal piano di rientro. Ma su questo fronte il futuro è tutto da scrivere.

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