dividendi

Paziente sul breve, il mercato vuole ritorni di lungo periodo

I grandi azionisti degli istituti bancari sposano le raccomandazioni della Bce sui dividendi ma alzano l’asticella per il futuro

di Luca Davi

default onloading pic
(age fotostock / AGF)

I grandi azionisti degli istituti bancari sposano le raccomandazioni della Bce sui dividendi ma alzano l’asticella per il futuro


4' di lettura

Richiesto dal regolatore e accolto dalle banche, lo stop ai dividendi si è rivelata una (imprevista) curva a gomito per molti investitori. Dalle Fondazioni ai fondi di investimento, molti grandi azionisti di lungo periodo si sono trovati di colpo senza un’importante sorgente di liquidità a cui si sono sempre abbeverati: solo in Italia, le banche hanno trattenuto circa 6 miliardi di dividendi.

Tuttavia, la stretta alle cedole potrebbe essere trasformata dagli istituti in un’occasione per rafforzare, paradossalmente, il rapporto di fiducia con i propri azionisti: ciò a patto, però, che le banche dimostrino di «usare quel capitale rimasto in cassa per fare ciò che sono chiamate a fare, ovvero sostenere l’economia e spiegando con trasparenza come lo useranno», dice Fabio Bianconi, direttore del proxy advisor Morrow Sodali e consulente di molte società quotate a Piazza Affari.

In questa fase, molti investitori di lungo periodo appaiono impegnati a incoraggiare una gestione societaria ispirata a principi extrafinanziari legati alla corporate sociale responsability, e per questo vedono di buon occhio l’approccio seguito dalle banche europee, italiane in primis, che hanno immediatamente raccolto l’invito di Francoforte.

Alcuni fondi di investimento sono anche usciti formalmente allo scoperto facendosi portatori di prima istanza di questo nuovo approccio. Da Legal & General Investment Management, il più grande asset manager britannico con 1,2 mila miliardi di sterline in gestione, alla francese Bnp Paribas Asset Management fino al colosso Fidelity International, diversi grandi investitori, come riportato dall’Ft nei giorni scorsi, si sono espressi a favore di un congelamento dei dividendi per permettere alle banche di assorbire meglio lo shock economico.

Mossa politica o meno, la sostanza non cambia. «Il messaggio che gli investitori inviano al management delle banche è chiaro: capiamo il momento, e se volete rinviare i dividendi, noi ci fidiamo», dice Bianconi. «Per quanto le banche siano in una posizione di solidità e possano facilmente pagare dividendi agli azionisti, oggi ogni euro è utile per aiutare la ripresa dell’economia – spiega Grégoire Mivelaz, gestore delle strategie Credit Opportunities di Gam Investments - Per questo motivo gli azionisti dovranno avere pazienza per ora».

Per tutti i finanziatori, che hanno messo capitale negli istituti e si attendono un rendimento, è innegabile che la mancata distribuzione dei dividendi sia un problema. Molti di essi sono peraltro fondi pensione, che in questa fase di tensione registrano riscatti da parte dei sottoscrittori e hanno sete di liquidità. A maggior ragione quindi per gli emittenti sarà sempre più essenziale «spiegare agli azionisti come quel dividendo finanzia una crescita di sostenibile con un ritorno nel lungo periodo per legittimare così il mancato incasso», aggiunge Bianconi.

Ovvio che per i grandi gruppi, che sono maggiormente abituati a dialogare con il mercato, il compito in questo senso sia più semplice. Anche perché le banche di stazza maggiore avranno anche maggiore spazio, se ben gestite, per tornare alla redditività una volta che questa crisi sarà rientrata.

C’è poi un elemento temporale che, pur nella problematicità della situazione, depone a favore degli istituti: e cioè il fatto che questa emergenza sia scoppiata alla vigilia della stagione assembleare. Si tratta di un elemento confortante, perché è proprio in questa fase che «il dialogo tra banche e investitori si infittisce, e in questo contesto c’è spazio per spiegare meglio cosa si intende fare in prospettiva».

In questo scenario, restano tuttavia due elementi di criticità chiari. Il primo è che ancora una volta il comparto bancario continua ad apparire ancor meno appetibile di prima agli occhi degli investitori rispetto ad altri settori industriali, non regolamentati da un’autorità centrale. Il secondo è rappresentato dalla (costante) differenza di trattamento tra banche europee e Usa. Se la Bce è stata chiara nell’invitare gli istituti a evitare di distribuire utile per puntellare il capitale, negli Usa la Fed si è astenuta dal farlo.

Risultato: i grandi colossi della finanza statunitense stanno per ora traccheggiando con l’annuncio di decurtamenti volontari o cancellazioni delle cedole agli investitori, con JpMorgan che ha reso noto che una simile mossa non è in agenda, a meno dell’ingresso in uno scenario estremo. Questa differenza di regolamentazione, non rischia di far mancare ancora una volta quel level playing field invocato da più parti in Europa? Di certo «si tratta di un vantaggio competitivo nel breve termine per le banche che erogano dividendi, e chi va a caccia di cash potrebbe spostarsi verso i titoli più generosi – conferma Bianconi – Ciò potrebbe spiegare il pesante andamento dei titoli bancari europei ed italiani in particolare».

A pagare il prezzo maggiore sui listini potrebbero essere proprio le banche domestiche, su cui già pesa il fardello dei passati (e futuri) Npl, la scarsa redditività e, come se non bastasse, anche anche le misure protezionistiche, come l'introduzione della golden share da parte del Governo. «Questo scenario – conclude il manager – potrebbe aprire spazi a eventuali riposizionamenti sui titoli delle quotate».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...