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Pc vecchi e solo desktop, tutti i limiti hardware della Pubblica Amministrazione. Ma il Pnrr accelera gli investimenti

3' di lettura

Secondo Istat l'87,8% delle pubbliche amministrazioni utilizza strumenti analogici, in altre parole i timbri, per la protocollazione degli atti. Si stima che tra queste Pa il 45% abbia archiviato in maniera cartacea circa il 45% dei documenti. Il dato, riferito al 2018, è stato pubblicato nell'aprile del 2020.

Si capisce, insomma, perché il governo abbia ritenuto di stanziare 6,14 miliardi dei fondi del Piano nazionale di ripartenza e resilienza per la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Una somma destinata a sostenere diverse iniziative, dalla migrazione al cloud all'interoperabilità dei dati, fino alla cybersecurity. Ma non è tutto. Il Pnrr contiene infatti anche una riforma che vuole semplificare le procedure di acquisto di servizi ICT da parte degli enti pubblici.

Il problema di fondo riguarda le tempistiche lunghe per le realtà soggette al codice degli appalti. Per snellirle il governo punta a creare una “white list” di fornitori certificati, ai quali le Pa potranno rivolgersi per effettuare i propri acquisti, andando a creare un servizio che includa questa lista e consenta ai soggetti pubblici di effettuare una comparazione tra i prezzi veloce ed intuitiva.

Che del resto ci sia bisogno di intervenire oltre che sulle competenze digitali (per le quali il Pnrr stanzia 200 milioni) anche sulla parte hardware, lo confermano i dati Istat. Secondo i quali nel 2018 solo l'8,3% dei dipendenti pubblici aveva in dotazione un computer portatile. Uno strumento la cui importanza è apparsa in modo molto chiaro durante i mesi di lockdown. Non che vada meglio con i pc desktop: se è vero che il 94,5% dei dipendenti ne ha uno in dotazione, il 39,2% aveva nel 2018 una vita media superiore ai 5 anni. Il che indica come una buona parte dell'hardware presente negli uffici pubblici non sia esattamente al passo con i tempi.

Un'esigenza, quella evidenziata dalla riforma legata al piano nazionale di ripartenza e resilienza, rispetto alla quale si stava già muovendo il mercato. Un esempio è rappresentato da C&C S.p.A., azienda fondata nel 2006 a Bari che oggi, con i suoi oltre 350 addetti, è il più grande Apple Premium Reseller italiano, presente in 13 regioni e 38 città di tutto il paese. Un'azienda peraltro molto giovane, visto che il team ha un'età media di 35 anni.

C&C ha sottoscritto una convenzione con Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione, sulla base della quale è in grado di fornire alle Pa i prodotti hardware di Cupertino. In particolare, grazie all'intesa sottoscritta, l'azienda pugliese permette alle Pa di acquistare il MacBook Air, il più popolare notebook da 13” della casa americana. Un prodotto che, nella sua ultima versione, monta i nuovi chip proprietari M1, studiati per rendere più veloce la macchina.

Non solo. Il controller dell'archiviazione del chip e la più recente tecnologia flash offrono prestazioni SSD fino a due volte superiori, il che rende molto più semplice gestire file di grandi dimensioni. Volendo fornire un valore numerico, M1 è più veloce dei processori del 98% dei Pc portatili venduti lo scorso anno.

Altro tema di interesse, anche in ottica di transizione ecologica, riguarda i consumi. Grazie all'efficienza energetica del nuovo chip, MacBook Air garantisce queste prestazioni senza ventole (il che riduce anche l'impatto acustico) e con una batteria che garantisce fino a 15 ore di navigazione web in wireless e fino a 18 ore di riproduzione video.

Uno strumento utile, specie per una pubblica amministrazione che, come detto, ha dotato solo in minima parte i propri dipendenti di dispositivi portatili. E che è già disponibile oggi grazie ad un accordo pubblico-privato, in anticipo rispetto alle tempistiche di semplificazione previsti dalla riforma collegata al piano nazionale di ripartenza e resilienza.

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