il dibattito nel partito democratico

Pd diviso sul reddito di cittadinanza, i dubbi dei sostenitori di Zingaretti sul no in Parlamento

di Emilia Patta


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(ANSA)

3' di lettura

In un Pd che si avvia a scegliere il prossimo segretario con le primarie del 3 marzo, dopo quasi un anno di “vacatio”, a tenere banco nel dibattito interno è sempre il rapporto da tenere con il M5s. Il segretario in pectore Nicola Zingaretti, arrivato primo al congresso tra gli iscritti davanti a Maurizio Martina e a Roberto Giachetti, ha voluto ancora una volta scrollarsi di dosso l’immagine del dialogatore con il partito di Di Maio: «Non intendo favorire alleanze con M5s, li ho battuti due volte. Li sconfiggesse chi mi accusa di questo», ha detto durante la convenzione di domenica che ha proclamato il risultato del voto nei circoli e ha avviato la corsa a tre verso le primarie.

Parlare di accordi politici presenti o futuri con i pentastellati è insomma fuori dalla realtà, e comunque non all’ordine del giorno, nonostante la caricatura che ne fanno gli avversari interni. Il punto, per Zingaretti e molti big che lo sostengono - da Paolo Gentiloni a Dario Franceschini fino ad Enrico Letta -, è piuttosto capire gli errori fatti negli anni di governo e quali sono le motivazioni che hanno spinto molti ex elettori del Pd e del centrosinistra a rivolgersi al M5s. «Se la Lega è un monolite di odio, c’è un elettorato di M5s che è un coacervo di tutto e il contrario di tutti, molti erano nostri elettori, non possiamo ignorarli», ha ribadito Zingaretti.

Ascoltare, non ignorare chi ha abbandonato il Pd per affidarsi ai 5 Stelle. Il che significa dare soluzioni ai problemi posti da questo tipo di elettorato, a cominciare dall’atteggiamento da tenere sul reddito di cittadinanza: può una forza di sinistra essere contraria a una misura che, pur con molti difetti, va incontro ai poveri e a chi non ce la fa? Sono in molti, nel Pd, a pensare che una misura contro la povertà sia nel Dna della sinistra e a far notare che il governo Gentiloni ha avviato il Rei che risponde in fondo alla stessa esigenza. Basta ascoltare l’ex premier Letta, in questo giorni tornato molto attivo per via della presentazione del suo ultimo libro “Quello che imparato”: «Il reddito di cittadinanza è un primo passo per affrontare un grave problema di marginalità: fu proprio il governo Prodi, con la commissione Onofri, a proporre uno strumento universale anti-povertà, fa parte del Dna del centrosinistra. Io non difendo il provvedimento nei dettagli, è incompleto, ma non posso accettare lo scherno o la critica pregiudiziale».

Se si pensa che nel Pd alcuni renziani come Sandro Gozi hanno lanciato l’idea di raccogliere le firme per il referendum abrogativo, si capisce che proprio il reddito di cittadinanza - a giorni in Aula per la conversione del decreto - può diventare la cartina di tornasole di divisioni profonde e di strategie opposte. Sulla linea del no senza se e senza ma Giachetti, il candidato alla segreteria più vicino a Renzi, e per il no è anche Martina («la strada giusta è il rafforzamento del Rei», dice). E Zingaretti? Il giudizio sulla misura così come è stata approntata dal governo resta negativo, e il governatore del Lazio rimanda in proposito alla sua mozione congressuale: «Dobbiamo porci l’obiettivo di aiutare tutte le persone in condizione di povertà assoluta. Il reddito di cittadinanza si prospetta come uno strumento stigmatizzante nei confronti delle persone indigenti o a rischio povertà; centralista, perché taglia fuori i Comuni; inefficace, perché incardinato sui centri per l’impiego le cui difficoltà sono ben note e per i quali non si avvia un processo credibile di riforma e di potenziamento». Insomma la soluzione è sempre quella di rafforzare il Rei.

Ma in Aula, è la riflessione in una parte del Pd, che atteggiamento occorre avere? Un no pregiudiziale non rischia di allontanare ancora di più gli ex elettori invece di riavvicinarli? Il decreto sarà all’esame dei parlamentari prima delle primarie, e dunque in assenza di segretario saranno i gruppi dem a decidere. Ma tra i collaboratori di Zingaretti c’è già chi avverte: «Così non va. Ma se il M5s toglie dal decreto quota 100 e accetta alcuni cambiamenti necessari perché votare no?».

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