LO SCENARIO

Pd: è rottura. Renzi avanti con congresso e primarie

di Emilia Patta

(Ansa)

3' di lettura

Nessuna concessione sui tempi del congresso, come invece chiedeva la minoranza («congresso che parte a giugno per concludersi a dicembre e sostegno al governo Gentiloni fino alla fine della legislatura», ha ribadito Bersani in collegamento tv). Il percorso congressuale anzi inizia subito, con le dimissioni del segretario comunicate all'inizio dei lavori dell'assemblea del Pd, e si dovrebbe concludere con primarie aperte tra aprile e la prima settimana di maggio (7 maggio la data più probabile).

Matteo Renzi era convinto che la minaccia di scissione fosse in realtà un bluff. E in effetti Michele Emiliano per qualche ora è sembrato intenzionato a restare nel Pd, ed Enrico Rossi è apparso quantomeno indeciso. Sembrava dunque riuscito, a metà pomeriggio, il tentativo di spezzare il fronte della minoranza lasciando il solo Roberto Speranza sulla via dell'uscita con Pier Luigi Bersani. Vero è che la decisione finale sarà presa martedì in direzione: in quella sede si eleggerà la commissione che dovrà stabilire regole e tempi del congresso e i rappresentanti della minoranza che nelle scorse settimane hanno annunciato la loro candidatura – appunto Emiliano Rossi e Speranza – decideranno se entrare o no. Ma per l'intanto, in serata, viene reso pubblico un comunicato dei tre che suona come il gong per la scissione: «Abbiamo atteso invano un'assunzione delle questioni politiche che erano state poste. La replica finale non è neanche stata fatta. E' ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi una responsabilità gravissima«.

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Sembrano parole definitive, senza appello, alle quali risponde subito Lorenzo Guerini, il numero due del Pd: «Sono esterefatto ed amareggiato per la presa di posizione di Emiliano, Rossi e Speranza. Chiunque abbia seguito il dibattuto dell'assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt'altra direzione intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione – del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd – era evidentemente una decisione già presa».

Eppure l'inatteso discorso pronunciato dal governatore della Puglia in assemblea aveva fatto pensare a una retromarcia. Quello che si è visto salire sul palco per parlare ai delegati del “parlamentino” è stato un Emiliano bonario, lontano dai toni usati nella kermesse al teatro Vittoria tenuta assieme a Rossi e Speranza: «Io credo al segretario, mi fido del segretario. Tra lui e noi si è creato un equivoco dovuto alla mancanza di comunicazione». E ancora: «È possibile ritrovare le ragioni dell'unità attraverso il merito delle questioni e dare il tempo di vedere le alternative a chi oggi non le vede». Un sostanziale capovolgimento di posizione, insomma, che aveva fatto dire al sottosegretario Antonello Giacomelli intervenuto subito dopo «sono molto contento di parlare dopo il sosia di Michele Emiliano».

Poi la retro-retromarcia. Dietro la quale sembra ci sia una furiosa telefonata di Massimo D'Alema, già di fatto fuori dal Pd, al governatore della Puglia per bloccare l'ipotesi di rientro.

Pd alla resa dei conti: i protagonisti dell’assemblea

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Lo scenario cambia di nuovo, in poche ore. Ora il problema per Renzi, che sottolinea in privato «lo psicodramma» e la «barzelletta» delle posizioni degli scissionisti, è tenere la barra dritta su un congresso vero. Se tutti e tre i candidati escono dal Pd che si fa? A Largo del Nazareno fanno notare che le candidature non mancano: potrebbe essere lo stesso Guardasigilli Andrea Orlando a scendere in campo per puntellare uno spazio più di sinistra rispetto a Renzi, oppure Cesare Damiano che ieri forse nona caso ha fatto un intervento tutto incentrato sulla necessità di andare incontro ai bisogni degli ultimi.

Certo è che con la minoranza bersaniana fuori e senza un competitor a suo modo attrattivo come Emiliano il congresso del Pd perde di appeal. E si riapre con più forza il problema del governo: con il partito di maggioranza che subisce una scissione, e con conseguenti nuovo gruppi parlamentari in Parlamento (40 deputati e una ventina di senatori, sulla carta), in pochi tra i dem pensano che il governo Gentiloni possa utilmente andare avanti per mesi. Quindi le primarie per la scelta-conferma del segretario si faranno probabilmente ad aprile, in modo da lasciare aperta la finestra elettorale di giugno. Che più che una finestra a questo punto potrebbe essere una vera e propria uscita di emergenza.

L'assemblea non basta, verso scissione Pd
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