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Pd-M5S: i nomi in lizza per toto-premier e squadra

Sui cinque punti del Pd il confronto con il M5S è possibile. Ma senza un bis di Conte la partita sui nomi si complica. I timori di Di Maio e l’opzione Fico

di Manuela Perrone


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3' di lettura

Il Pd ha messo sul tavolo i suoi cinque punti per avviare un confronto per un nuovo Governo politico. E in casa M5S non si alzano di certo le barricate: trattare si può. Il voto a Bruxelles in sostegno di Ursula von der Leyen ha riorientato in chiave europeista la posizione dei Cinque Stelle, lo sviluppo ecosostenibile è da sempre un cavallo di battaglia del Movimento, su politiche redistributive e investimenti le posizioni possono avvicinarsi, soprattutto se si salva il reddito di cittadinanza.

La condizione più indigesta è il riconoscimento pieno della democrazia rappresentativa: un bel rospo da ingoiare per chi ha fatto della democrazia diretta una ragione di vita politica e per chi, come Davide Casaleggio, profetizzava la scomparsa del Parlamento «tra qualche lustro».

Ma se un programma condiviso non è ritenuto impossibile, lo scoglio più difficile al momento sono i nomi. Del premier e della squadra. Il confronto si avvita intorno alla «discontinuità» evocata da Nicola Zingaretti, che per il segretario Pd coincide con un “no” a un Conte bis. Un problema per chi nel M5S contava di far passare il suo nome come futuro premier, confidando nell’effetto del discorso di martedì al Senato che lo ha incoronato agli occhi del Paese come “l’anti Salvini”.

Ai dem, però, non basta quello che dai più viene ritenuto un pentimento tardivo, fuori tempo massimo. «Non possiamo entrare in un Conte bis, il proseguimento di un Governo che abbiamo sempre combattuto», ha chiarito Zingaretti, dettando la linea, ma aprendo alla permanenza di Di Maio nell’Esecutivo. Che è diversa da quella di Matteo Renzi: l’ex premier non ha mai posto veti né su Conte né sulla permanenza del leader M5S Luigi Di Maio nel nuovo Governo.

Sbarrare la via a Conte ha fatto per un momento risalire le quotazioni di Roberto Fico. Un mandato al presidente della Camera garantirebbe un ombrello “istituzionale”: è la terza carica dello Stato e aveva già ricevuto dopo le elezioni di marzo 2018 un mandato esplorativo dal presidente Mattarella per vagliare la possibilità di una maggioranza Pd-M5S, poi naufragata anche per il “no” di Renzi e per le affinità maggiori emerse con la Lega.

Ma Fico è visto come fumo negli occhi dall’ala dimaiana del Movimento: da sempre l’alter ego di Di Maio, è il punto di riferimento dei cosiddetti “ortodossi” (la corrente che annovera tra gli altri i deputati Luigi Gallo, Giuseppe Brescia, Doriana Sarli e i senatori Nicola Morra e Matteo Mantero, oltre che la dissidente espulsa Paola Nugnes). Il timore è che la sua ascesa allo scranno più alto di Palazzo Chigi terremoti l’attuale gruppo dirigente, scalzando i fedelissimi di Di Maio, a partire da Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede, e indebolendone fortemente la leadership. Finora in pochi hanno chiesto apertamente un ricambio. Tra loro la deputata Carla Ruocco, che ha accusato Di Maio di aver fatto ammalare il Movimento di «demeritocrazia».

La nota di mercoledì dei capigruppo M5S, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, che definisce il Movimento «unito e compatto intorno al capo politico» rivela la difficoltà del momento, serve a blindare Di Maio al timone e richiama l’appello a marciare come «una testuggine romana» lanciato dal vicepremier lo scorso ottobre, quando tra decreto fiscale, via libera al Tap e primo Dl sicurezza, i segni di malessere tra i suoi parlamentari si moltiplicavano. Se pure passasse la linea di Fico premier, a Di Maio resterebbe un ministero? E per Conte quale ruolo si aprirebbe? Tornerebbe in campo come commissario Ue, col placet del Pd? Senza dimenticare il fattore Renzi: sia lui sia Maria Elena Boschi hanno già fatto sapere che non entreranno in squadra. Ma quali renziani potrebbero far parte della compagine senza destabilizzare la base Cinque Stelle?

Le partite si intrecciano, nessuno fa mostra di ottimismo. Per questo il totonomi è ancora apertissimo, con Raffaele Cantone ed Enrico Giovannini che restano in pista e con la disponibilità a vagliare altre figure terze per chiudere in tempi rapidi, come vuole il capo dello Stato.

Dal Pd è forte la spinta a scegliere una donna per sostanziare la «svolta» chiesta da Zingaretti. Tra i nomi che circolano, secondo i rumors, quelli della vicepresidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia (come anticipato dal Sole 24 Ore), della vicepresidente della Luiss Paola Severino, ex ministra della Giustizia nel Governo Monti, e dell’economista Marianna Mazzucato. Suggestioni, per ora, in attesa che la trattativa tra dem e pentastellati entri nel vivo.

L’alternativa, lo sanno bene tutti, è il voto anticipato. Ai piani alti dei Cinque Stelle ci si prepara: mercoledì i parlamentari hanno ricevuto via mail un messaggio dell’associazione Rousseau, presieduta da Casaleggio, che ha invitato tutti a completare le rendicontazioni trimestrali «in vista di eventuali elezioni e dei relativi controlli sulle candidature».

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