Il ministro della giustizia

Pd, Orlando: mi candido a leadership contro politica della prepotenza

di A.Gagliardi e A.Tripodi


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Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (ANSA)

4' di lettura

«Ho deciso di candidarmi perché credo e non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza». Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea
Orlando, sciogliendo la riserva e annunciando stamattina (a margine di un’iniziativa a Ostia) la sua intenzione a correre per la leadership del Partito democratico. Sarà dunque l’attuale Guardasigilli, esponente dell’ala ex Ds del partito, a contendere al segretario dimissionario Matteo Renzi e al governatore della Puglia Michele Emiliano la segreteria del Pd. Da segnalare che nella corsa alla segreteria è spuntato oggi anche un quarto candidato. Si tratta dell’outsider Carlotta Salerno, segretario cittadina a Torino dei Moderati, partito fondato da Giacomo Portas e alleato del Pd.

Commissione: 9 aprile data migliore per primarie
Intanto la commissione Congresso del Pd avrebbe indicato nel 9 aprile la data migliore per le primarie congressuali. La data sarà ufficializzata venerdì 24 febbraio dalla Direzione nazionale del Partito Democratico che si riunirà presso la sede di via S. Andrea delle Fratte 16 per l’approvazione del regolamento congressuale.

Emiliano: appello anche a Prodi, più tempo per primarie
Un’ipotesi contestata con forza da Emiliano che ha lanciato un appello per allungare i tempi del congresso. Con le primarie il 9 aprile «è impossibile una campagna elettorale degna di questo nome» ha attaccato il governatore della Puglia. «Immagino sia necessario da parte di tutti coloro che hanno rivolto appelli per evitare la scissione, che mi hanno convinto a restare nel Pd, a partire da Prodi, che chiedano alla commissione e al partito che i tempi delle
primarie le rendano contendibili.

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Orlando: Pd deve cambiare, mi candido per vincere
«Ho deciso di candidarmi - ha spiegato oggi Andrea Orlando - perchè credo che ci voglia responsabilità e credo che il Pd debba cambiare profondamente per poter essere utile davvero all’Italia e ai problemi degli italiani, che in questo momento stanno vivendo momenti difficili. È certo che sono deciso a vincere, mi candido per vincere». Il ministro della Giustizia ha poi assicurato: «Mi candido ad essere riferimento di tutto centrosinistra. Non sarò capo della mia corrente sarò il segretario del mio partito». Tra i primi endorsement per Orlando quello del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, che ha dichiarato: «Dobbiamo cambiare il Pd. Perché così non va. Ci vuole innovazione, protagonismo, coinvolgimento di chi ne fa parte, collegialità».

«In campo per ricostruire prima che sia tardi»
«Ho deciso di candidarmi perché credo
che dobbiamo ricominciare a ricostruire questo partito, prima che sia troppo tardi. E non perché qualcuno sbagliando se ne va ma perché troppi rimangono a casa» ha aggiunto poi Orlando in occasione di un incontro al circolo PD Marconi a Roma. In precedenza aveva spiegato: «Dobbiamo lavorare per evitare che la politica diventi soltanto risse, conflitti e scontri tra personalità, ma torni a essere una grande e bella occasione di vivere insieme e lavorare per la trasformazione dell'Italia».

Verso nuovi gruppi degli «scissionisti»
La prossima settimana un’assemblea potrebbe nominare il coordinamento del nuovo soggetto politico della sinistra. Poi a marzo si dovrebbe svolgere un evento pubblico nazionale. Il “cantiere” dei bersaniani lavora infatti a pieno ritmo per indicare il percorso sia a quanti sui territori sono tentati dall’uscita dal Pd, sia al pezzo di sinistra, da Pisapia a Vendola, che dall’esterno osserva dove porterà la scissione.

Ma la scelta non è facile, tanto che all’indomani dello strappo dal Pd, tra i deputati si registrano ripensamenti: Andrea Giorgis, ad esempio, accreditato come possibile capogruppo, ha deciso per ora di restare nel Pd. Alla fine, sussurrano i Dem, non saranno più di 15 ad andare via. Saranno una ventina a uscire dal Pd (da Epifani a Zoggia), assicurano i bersaniani, che a palazzo Madama dovrebbero contare invece tra 11 e 15 senatori, determinanti per la maggioranza.

Errani e Bubbico seguono Bersani
Tra le fila del nuovo soggetto che mira a «riaggregare il centrosinistra non-renziano» con un’ispirazione ulivista da sinistra di governo, ci saranno Vasco Errani e Filippo Bubbico. L’ex presidente dell’Emilia Romagna, da sempre vicino a Bersani, attualmente commissario per la ricostruzione post-terremoto in centro Italia, non ha smentito le voci che lo davano in avvicinamento al nuovo soggetto, ma ha rinviato l’annuncio all’appuntamento in programma sabato a Ravenna nel suo circolo Pd. Anche il viceministro dell'interno Filippo Bubbico lascia il Pd, schierandosi sulle posizioni di Pierluigi Bersani. «Ho doverosamente informato della mia decisione il presidente del consiglio Paolo Gentiloni», ha riferito Bubbico.

Nel nuovo gruppo anche 17 deputati ex Sel
In ogni caso, al nuovo gruppo, che con tre o quattro deputati del Misto (come la ex Dem Michela Murgia), potrebbe arrivare fino a 40 esponenti, faranno parte anche gli ex di Sel: 17 deputati, da Arturo Scotto, a Alfredo D’Attorre, a Filibero Zaratti. Il patto con i bersaniani sarà siglato su alcuni temi comuni, mentre agli ex Sel sarà garantita la libertà di continuare a non votare la fiducia a Gentiloni. Il gruppo comune dovrebbe essere annunciato venerdì, anche se c'è chi non esclude qualche giorno di slittamento. Quanto al nome, spiegano, si sta chiedendo in queste ore una consulenza ad alcuni esperti: la parola “democratici” potrebbe restare, c'è chi caldeggia “progressisti” (magari “Democratici e progressisti”), ma anche chi, come Enrico Rossi, vuole che ci sia “socialisti”.


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