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Pd tentato dall’accordo con il M5S, ma restano i dubbi dei renziani

di Emilia Patta

(Bloomberg)

3' di lettura

Di fronte al gelo, almeno apparente, calato negli ultimi giorni tra i due “vincitori” del 4 marzo Luigi Di Maio e Matteo Salvini nel Pd vacilla sempre di più la linea del “tocca a loro, noi all’opposizione” dettata all’indomani della sconfitta elettorale da Matteo Renzi. Perché fino ad ora un po’ tutti erano convinti che alla fine M5s e Lega avrebbero trovato un accordo, ma il persistere dei veti incrociati comincia a far avanzare la peggiore delle ipotesi per i democratici: quella di elezioni anticipate con la stessa legge elettorale che ha determinato l’impasse attuale.

Lo dice chiaramente un preoccupato Luigi Zanda, ormai oppositore del segretario dimissionario Matteo Renzi: «Attenzione ai veti, perché così si precipita velocemente verso un inconcludente voto anticipato».
Questo non vuol dire, neanche per gli oppositori di Renzi, che il Pd si debba

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acconciare a sostenere un governo purchessia. Anche perché, al di là dei posizionamenti tattici interni e al netto dei dialoganti dichiarati come il ministro Dario Franceschini, tutti sono consapevoli che un eventuale governo M5S-Pd avrebbe prima di ogni cosa un problema di numeri: in Senato pentastellati e democratici insieme fanno 161, ossia il limite della maggioranza. Ma di fronte al prevedibile fallimento della presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, in queste ore impegnata nel secondo giro di consultazioni limitate al perimetro centrodestra-M5S, è proprio della possibilità di un governo M5S-Pd che si parlerà la prossima settimana. E l’ipotesi che il capo dello Stato Sergio Mattarella possa sparigliare le carte chiamando direttamente in causa il Pd tramite un incarico al presidente pentastellato della Camera Roberto Fico accorcia i tempi della decisione in casa dem: in caso di incarico a Fico che si fa? Si ribadisce il no per così dire a prescindere oppure si vanno a vedere le carte mettendo alcune condizioni?

Intanto restano i tre punti programmatici dettati nelle scorse ore dal segretario reggente Maurizio Martina e che tanto hanno fatto infuriare i renziani doc: rafforzamento del reddito di inclusione, salario minimo legale, assegni di sostegno alle famiglie con figli. Punti che di per sé potrebbero essere accolti dal M5S, che per altro in fatto di programmi si fa guidare da una certa elasticità come hanno dimostrato alcune inchieste giornalistiche.
Ma è chiaro che l’ostacolo a un dialogo tra Pd e M5S, ora che Di Maio ha effettuato la svolta atlantica e pro euro in politica estera, è soprattutto politico.

La novità è che anche tra i renziani si sta facendo strada una suggestione: non rispondere con un no secco, ma porre alcune condizioni tra le quali il passo indietro di Di Maio e l’intoccabilità delle riforme approvate dai governi Renzi-Gentiloni. Condizioni capestro, che sembrano fatte apposta per farsi dire di no, ma pur sempre un passo avanti rispetto al no secco. Condizioni volte anche a “disarticolare” il movimento aprendo un dissidio sulla leadership tra Di Maio e Fico, ossia tra l’ala movimentista e di sinistra e l’ala governativa che guarda a destra. Anche per i renziani più possibilisti, come Lorenzo Guerini e Graziano Delrio, vale comunque il principio che un cambio di linea dovrebbe avere l’assenso dell’ex leader. Se non altro perché con numeri così risicati basterebbe il voto contrario del senatore Renzi e di pochi dei suoi per far saltare un eventuale governo M5S-Pd. E lui, Renzi, pur facendo mostra di voler stare fuori dai giochi di Palazzo (ieri sera era allo stadio a Firenze per seguire Fiorentina-Lazio) continua a far smentire dal suo portavoce ogni ipotesi di “scongelamento” e di “svolta”: «Il governo M5S-Pd non esiste. Non ci sono scongelamenti, avvicinamenti, ipotesi o trattaive. Niente».

L’altro “forno” possibile per un Pd tornato suo malgrado in campo è quello di un appoggio (esterno?) a un governo di centrodestra purché non guidato da Salvini. Si fa il nome del capogruppo dei deputati della Lega Giancarlo Giorgetti. Un’ipotesi che forse è più nelle corde del Pd renziano, e non solo, ma che incontra un grandissimo ostacolo: Salvini. La terza ipotesi di un coinvolgimento del Pd si chiama governo del presidente, ossia un governo di tutti o quasi tutti per sistemare innanzitutto in senso più maggioritario la legge elettorale, magari prevedendo una mini riforma costituzionale per superare il bicameralismo paritario. Un governo del presidente è in fondo il vero obiettivo del Pd, l’unico che terrebbe unito il partito evitando pericolose elezioni anticipate. Ma per quale motivo Di Maio e Salvini dovrebbero avallare tale soluzione rinunciando ai loro veti (il primo contro Silvio Berlusconi, il secondo contro il Pd) finendo dentro le larghissime intese tanto deprecate nella scorsa legislatura? E qui si torna alla profezia di Zanda, quella che più spaventa il Pd nelle sue varie correnti: niente governo e elezioni anticipate.

Stallo M5s-Lega sul Centrodestra unito, Di Maio guarda al Pd
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