Le mozioni di Zingaretti e martina a confronto

Pd unito su economia, diviso su M5s e giustizia

di Emilia Patta


Renzi e l’ipotesi scissione, per il Pd la sesta in 11 anni

5' di lettura

No al reddito di cittadinanza e sì al rafforzamento del reddito di inclusione introdotto dai governi del Pd. No allo smantellamento della legge Fornero e sì al rafforzamento della flessibilità in uscita tramite lo strumento dell’Ape sociale. Sì al sostegno alla famiglie tramite un assegno per ogni figlio. Sì alla tassazione delle multinazionali che operano in Italia e alla lotta all’evasione fiscale. Sì all’investimento sui giovani, con un «credito giovani» per avviare un’attività economica o un progetto formativo al compimento dei 18 anni. Sì al salario minino garantito sull’esempio spagnolo. E sì al rafforzamento di Industria 4.0.

In economia più convergenze che divergenze

Quello che colpisce delle mozioni congressuali che in queste ore saranno presentate dai principali candidati alla segreteria del Pd, ossia il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e il segretario uscente Maurizio Martina, è la convergenza del programma economico. Le stesse proposte compaiono, formulate in maniera leggermente diversa, in entrambi i documenti. Con alcune differenziazioni, certo.

PER SAPERNE DI PIÙ / Pd: Martina e Zingaretti per la patrimoniale sui super-ricchi, Minniti contrario

Un’unica imposta su tutti i redditi: la proposta di Martina

Martina ad esempio, la cui mozione per la parte economica è stata seguita dall’ex consigliere economico di Matteo Renzi e suo sottosegretario a Palazzo Chigi Tommaso Nannicini, mette maggiormente l’accento sulla necessità di proseguire nella riduzione del cuneo fiscale che grava su lavoratori e imprese («dobbiamo rendere meno costoso il lavoro di qualità, con un taglio del cuneo contributivo sul tempo indeterminato di almeno 4 punti per una riduzione di circa il 12 per cento: il lavoro stabile vale di più, deve costare di meno all’azienda e al lavoratore»). Così come immagina una riforma fiscale hard che prevede un’unica imposta su tutti i redditi che sia davvero progressiva: «L’Irpef è ormai diventata l’Irped: l’imposta su pensionati e dipendenti. Mancano all’appello circa 200 miliardi, che godono delle troppe cedolari di diritto e di quella grande cedolare di fatto che si chiama evasione fiscale. Dobbiamo tornare a un’unica imposta su tutti i redditi, superando i regimi speciali, che favoriscono soprattutto chi ha grandi capitali o guadagna dalle rendite, ed estirpando l’evasione con un superamento graduale del contate entro il 2035».

PER SAPERNE DI PIÙ / Pd, le dimissioni di Martina da segretario. Al via il percorso per il Congresso

Priorità a ecosostenibilità e investimenti per Zingaretti

Da parte sua Zingaretti, la cui mozione è molto più corposa e dettagliata rispetto a quella di Martina (43 pagine contro 26), insiste molto su due aspetti: l’ecosostenibilità, lanciando una vero e proprio New Deal verde per l’Italia in 5 punti a partire dalla «manutenzione del territorio e delle piccole opere contro il dissesto idrogeologico», e gli investimenti pubblici e privati. «Nel bilancio dello Stato ci sono 140 miliardi già disponibili, che renderebbero il Paese più connesso, più competitivo e che potrebbero dare un impulso straordinario anche all’occupazione - è scritto nella mozione del governatore del Lazio -. Quasi nulla è stato ancora utilizzato. Uno spreco enorme. Non è un problema di risorse ma di procedure: serve un grande piano di semplificazione burocratica per accelerare la capacità dello Stato e degli enti locali di attuare quanto prorammato e finanziato. Secondo l’Ance sono ferme o in bilico 27 grandi opere (di cui 16 al Nord) per un valore di 24 miliardi: sbloccarle è indispensabile se vogliamo ridurre lo “spread infrastrutturale” di cui soffre l’Italia». C’è poi una maggiore attenzione da parte di Zingaretti alla cosiddetta sostenibilità ambientale e sociale. Ne è esempio la proposta di «dimezzare l’Ires alle imprese con certificazione ambientale e di responsabilità sociale e alle imprese che contengono al forbice salariale entro un rapporto 1.20».

PER SAPERNE DI PIÙ / Il congresso Pd e le tre opzioni di Renzi, l'Amleto della politica italiana

Zingaretti e il «recupero» dei voti pentastellati

Al netto delle sfumature e delle diverse valorizzazioni delle proposte da parte di Zingaretti e Martina non è l’economia, come si diceva, a dividere i due principali duellanti per la successione a Renzi. Le differenziazioni sono più politiche, ci pare. A partire dalla ormai vexata quaestio del rapporto con il M5s. Nessuno, neanche Zingaretti, parla eplicitamente di una alleanza futura con i pentastellati (su questo l’unico candidato alla segreteria esplicito è Francesco Boccia). Ma nella mozione di Zingaretti è chiara la strategia di “disarticolare” in prospettiva l’alleanza populista di M5s e Lega per «riconquistare le persone» che hanno abbandonato il Pd e il centrosinistra alle ultime elezioni per affidarsi ai pentastellati. Da qui un giudizio diverso sui due partiti al governo: «Sia chiaro, non si tratta di mettere in campo una manovra politica di vertice con il Movimento 5 stelle. Non si tratta di perseguire alleanze impossibili - scrive Zingaretti nella sua mozione -. Ma Lega e 5 Stelle sono due cose molto diverse, anche se entrambe pericolose. La Lega è il più antico partito italiano, radicato nei territori e nella società, con presenze popolari pienamente acquisite e una prospettiva nazionalista, illiberale, di destra e legata a un più generale movimenti europeo, la leadership di Salvini è forte e coordinata con quelle di altri Paesi europei come Orban, Le Pen, Duda in Polonia. Il Movimento 5 stelle è l’antipolitica. Un fenomeno tradizionale e e ricorrente nella storia italiana, quando entrano in crisi le classi dirigenti storiche. È un campo composito... e la sua ascesa in parte è frutto delle nostre responsabilità, dei nostri errori».

GUARDA IL VIDEO / Nicola Zingaretti a Tagadà: “Il problema del Pd è l'egocrazia”

L’attacco di Martina al M5s: noi alternativi

Insomma, per Zingaretti e i suoi sostenitori (ricordiamo dirigenti di peso come l’ex premier Paolo Gentiloni e l’ex ministro Dario Franceschini) il vero nemico è la Lega di Salvini. Martina invece, anche in virtù del fatto che sulla sua candidatura sono saliti in extremis la maggior parte dei renziani rimasti orfani di Marco Minniti, ha accentuato il principio dell’alterità del Pd sia alla Lega sia al M5s uniti al governo. Basta leggere questo passo della mozione per capire la differenza di visione: «Non è inseguendo nessuna delle forze nazional-populiste al governo dell’Italia che torneremo a convincere gli elettori che le hanno votate. La Lega, ormai, ha i contorni di una destra illiberale, nazionalista e reazionaria e punta a distruggere l’Europa. I 5 Stelle hanno una visione della democrazia che annienta il valore della mediazione, della rappresentanza e del compromesso; fanno una politica economica che usa il futuro come una discarica dove nascondere le scorie radioattive delle loro demagogia; propugnano un giustizialismo che calpesta i diritti degli innocenti; inseguono la Lega sull’immigrazione anziché proporre un modello di integrazione. Sono politiche di destra e in ogni caso illiberali e il Pd è radicalmente alternativo a tutto questo. Lega e 5 Stelle sono due destre diverse ma convergenti, qualsiasi alleanza con questi ultimi sarebbe pericolosa e contronatura».

Separazione delle carriere dei magistrati contro il giustizialismo

Niente ponti presenti e futuri con il M5s per Martina e i suoi sostenitori, insomma. Da qui discende, ci pare, anche la proposta di riesumare il veltroniano governo ombra («aperto alla società e ai soggetti disponibili a costruire un’alternativa autorevole e visibile al governo 5 Stelle-Lega»). E da qui discende la proposta forse più hard della mozione Martina: contro il denunciato giustizialismo del M5s, una riforma della giustizia basata sulla «parità delle parti» e sulla «terzietà del giudice». Ossia la separazione delle carriere dei magistrati tra giudici e Pm, giudicata «ineludibile per garantire un giudice parziale e terzo». Mai nessuno nel Pd, neanche Renzi, era arrivato a tanto.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...