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Zingaretti: basta stillicidio, mi dimetto. Vertici dem gli chiedono di ripensarci

Nessuno tra i dirigenti dem si immaginava un gesto così eclatante da parte del segretario. La decisione è arrivata dopo l’inasprimento dei toni del confronto nel Pd, con le minoranze di Base riformista e dei “giovani turchi” in pressing per il congresso entro l'anno.

L’addio di Zingaretti, nel Pd anni di liti e scissioni

3' di lettura

«Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c'è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni». Lo scrive su Facebook Nicola Zingaretti annunciando le dimissioni da segretario Pd. «Visto che il bersaglio sono io - spiega - per amore dell'Italia e del partito, non mi resta che fare l'ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente. L'Assemblea Nazionale del Pfarà le scelte più opportune e utili».

«Mi ha colpito il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni» ha scritto ancora Zingaretti su Facebook per motivare la sua scelta di dimettersi. «Ma il Pd - ha aggiunto - non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, ucciderebbe il Pd».

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Choc tra i dem, tutti all'oscuro su dimissioni Zingaretti

Intanto è choc tra dirigenti e parlamentari dem dopo l'annuncio del segretario Nicola Zingaretti di volersi dimettere. Nessuno, spiegano diversi esponenti anche di maggioranza, era stato informato della decisione del leader. C'era attesa per l'assemblea nazionale del 13 marzo per capire come affrontare le tensioni interne e la richiesta della minoranza di fare il congresso, che il segretario Pd aveva già respinto nell'ultima direzione. Ma nessuno si immaginava un gesto così eclatante da parte del segretario.

L’appello dei vertici dem al segretario a ripensarci

C'è chi ritiene che Zingaretti punterebbe alla riconferma in assemblea il 13 marzo. I fedelissimi del segretario assicurano invece che non c’è un piano B. Sta di fatto che è quasi unanime l’appello dei vertici dem al segretario a tornare sui suoi passi. Matteo Ricci, neo coordinatore dei sindaci dem, lo ha subito auspicato a stretto giro: «Nicola deve rimanere e continuare il suo mandato con la rinnovata spinta dell'Assemblea». Così anche Francesco Boccia («Penso che l'Assemblea nazionale abbia una sola strada: chiedergli di restare segretario del Pd») e Enrico Franceschini («Il gesto di Zingaretti impone a tutti di accantonare ogni conflittualità interna, ricomponendo una unità vera del partito attorno alla sua guida»). Sulla stessa lunghezza d’onde il vice segretario Andrea Orlando: «Credo che dovremo fare tutti il possibile perchè ci ripensi». Nonché il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio: «In un momento così grave e difficile per il Paese il Pd ha bisogno che Nicola, che ha sempre ascoltato tutti, rimanga alla guida del partito». Da registare anche l’appello al ritiro delle dimissioni da parte del leader della minoranza Lorenzo Guerini («Mi auguro che Zingaretti ci ripensi»).

Lo scontro nel partito

La decisione di Zingaretti è arrivata dopo un continuo inasprimento dei toni del confronto nel Pd, con le minoranze di Base riformista (guidata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini) e dei “giovani turchi” (capeggiata da Matteo Orfini) in pressing per il congresso entro l'anno, suscitando la reazione di Nicola Zingaretti che ha chiesto “lealtà”, in un contesto che per il Nazareno stava diventando esageratamente conflittuale.

L’attacco di Orfini

A surriscaldare i toni anche i commenti su quanto detto da Zingaretti martedì alla Direzione del Pd Lazio, che ha votato in favore dell'alleanza con M5s, con l'ingresso dei pentastellati nella Giunta guidata dal leader Pd. Il segretario aveva osservato che l'alleanza potrebbe servire anche a livello nazionale se rimanesse in vigore l'attuale legge elettorale, dove il 35% dei seggi è assegnato in collegi maggioritari. Orfini lo ha accusato di fare “l'opposto” di quanto ha votato la Direzione nazionale confermando una settimana fa l'appoggio ad una legge proporzionale. In più Orfini ha attaccato Zingaretti per quanto scritto da un quotidiano, per il quale il leader Dem avrebbe un accordo con Salvini sul maggioritario. In una nota la segreteria ha smentito l'asse con il leader della lega, ed ha controattaccato parlando di “polemiche infondate”.

Clima da assedio

Un clima da assedio, dunque, che rendeva difficile arrivare serenamente all'Assemblea nazionale del 13 marzo, dove Zingaretti doveva decidere se offrire il posto da vicesegretaria ad una esponente della minoranza interna o ad una della propria maggioranza.


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