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Pechino, dal nuovo focolaio alla propaganda: cosa sta succedendo veramente

Cosa è successo veramente a Pechino in questi giorni? Proviamo a ricostruirlo passo dopo passo, partendo dalla fine

di Biagio Simonetta

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Pechino si blinda contro il coronavirus (Epa)

Cosa è successo veramente a Pechino in questi giorni? Proviamo a ricostruirlo passo dopo passo, partendo dalla fine


3' di lettura

Diciamocelo senza troppi giri di parole: la notizia del nuovo focolaio epidemico a Pechino ha messo in ansia un po' tutti. E non perché nella storia di un'epidemia questo non sia possibile (anzi, spesso è fisiologico), ma più che altro perché veder ripiombare una città cinese – la più importante – in situazioni di lockdown e scuole chiuse diventa un brutto presagio per chi ha conquistato un po' di libertà da pochi giorni. Ma cosa è successo veramente a Pechino in questi giorni? Proviamo a ricostruirlo passo dopo passo, partendo dalla fine.

Focolaio sotto controllo

Wu Zunyou, epidemiologo a capo del Centro cinese per il controllo delle malattie, proprio in queste ore ha sciolto le sue riserve, dicendo che il focolaio a Pechino è adesso sotto controllo. Tre giorni fa, in un'intervista ai media, Zunyou aveva detto che sarebbero stati importantissimi i successivi tre giorni. Ora sono passati, e il suo annuncio non si è fatto attendere. Per le autorità cinesi, dunque, il pericolo è scampato. Questo non significa che nei prossimi giorni non si aspettino ulteriori contagi, o che il lockdown è sciolto. Ma la situazione è sotto controllo. Almeno ufficialmente. È chiaro che le autorità sanitarie proseguiranno nella loro opera gigante di tamponi a tappeto. Ma la sensazione è che il pericolo di un contagio violento sia ormai alle spalle. Vedremo.

Cosa è successo

Tutto è iniziato l'11 giugno scorso, quando un 52enne che oggi tutti chiamano “Daye Tang” (lo Zio Tang) ha deciso di sottoporsi a un tempone per l'insorgere di sintomi poco rassicuranti. Erano 50 giorni che a Pechino non si registrava un caso di coronavirus. E Tang è stato il nuovo “paziente uno”. Da lì è esplosa la rincorsa a salvare la capitale. Le autorità hanno identificato l'area del probabile contagio, lo Xinfadi, il più grande mercato alimentare di tutto il continente asiatico. Un posto dove lavorano circa 10mila persone. Una specie di potenziale bomba biologica, in caso di contagio. La chiusura del mercato è stata immediata, e con essa il lockdown di 11 quartieri popolari della città e di tutte le scuole, la limitazione dei trasporti pubblici e la sospensione della quasi totalità dei voli. I sanitari hanno intercettato tutte le persone che hanno visitato lo Xinfadi dal 30 maggio in poi, iniziando una corposa azione di tamponatura. In totale, nel corso dei giorni successivi, il numero delle persone positive al virus è stato circa un centinaio.

Il salmone e la propaganda

Ma mentre la macchina sanitaria si muoveva per bloccare il virus con contact tracing e tamponi, si è assistito all'esplosione della propaganda cinese, un fatto abbastanza usuale per chi conosce la Cina. Sui media controllati dal governo ha preso piede l'ipotesi salmone. Già, proprio così: il responsabile di questo focolaio pechinese è stato individuato - almeno all'inizio - in un salmone tagliato sui banchi dello Xinfadi. Un salmone importato dall'Europa (dalla Norvegia più precisamente). È una notizia che il Partito Comunista Cinese ha provato a veicolare con ogni mezzo, perché potrebbe alleggerire le responsabilità della Cina in questa nuova fase del contagio. Un modo per dire: è tornato il virus, ma l'abbiamo importato dall'estero. Ma le teorie scientifiche a sostegno di questa ipotesi sono veramente inconsistenti. Anzi, proprio molti esperti cinesi hanno detto chiaramente che il contagio dal salmone è di fatto impossibile. E ora anche le autorità stanno facendo un timido passo indietro.

Nessuno tocchi Pechino

Il vero punto di tutta questa storia è che un focolaio a Pechino ha messo in ansia soprattutto i cinesi stessi. La capitale, infatti, è ritenuta un luogo da proteggere ad ogni costo. È così da sempre per la leadership cinese, ma anche per i cittadini stessi. E le misure draconiane adottate immediatamente, nonostante i casi di positività in un giorno fossero inferiori che a Milano, lo spiegano bene. Pechino è la città simbolo della resilienza cinese e del potere comunista. Anche durante la prima fase del contagio, le operazioni di messa in sicurezza furono altissime. E forse non è un caso che nel febbraio drammatico della Cina, la capitale – a giudicare dai numeri – rimase abbastanza lontana da una diffusione consistente del virus. Questo nuovo focolaio – che come detto adesso è ritenuto sotto controllo – ha fatto scattare l'allarme. Basti pensare che la municipalità di Pechino, in poche ore, ha mobilitato circa 20mila persone per sanificare i mercati cittadini, le strade e i negozi. Un'operazione in chiaro stile cinese, insomma. Perché piazza Tienanmen non può cadere.

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