Big tech

Pechino ordina all’Uber cinese di lasciare Wall Street. Didi prepara il delisting

A scatenare le ire di Pechino sarebbe stata la decisione di quotarsi a New York, nonostante le richieste di garantire la sicurezza dei dati prima dell’Ipo

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2' di lettura

I dirigenti della società tecnologica cinese Didi Global hanno ricevuto una richiesta “che non si può rifiutare”, citando la celebra frase de Il Padrino. L’Autorità di vigilanza tecnologica della Repubblica popolare ha infatti chiesto ai vertici della big tech – la più grande azienda al mondo di servizi di trasporto passeggeri – di elaborare un piano per il delisting dalle borse statunitensi: si tratta, secondo quanto riporta Bloomberg, di una richiesta senza precedenti che riaccende i timori circa la stretta del controllo di Pechino sulla sua gigantesca industria tecnologica.

L’autorità di vigilanza vuole che la direzione porti la società fuori dalla Borsa di New York a causa delle preoccupazioni sulla perdita di dati sensibili. La Cyberspace Administration of China, l’agenzia responsabile della sicurezza dei dati nel paese, ha ordinato a Didi di elaborare un piano dettagliato preciso da sottoporre all’approvazione del governo. Le proposte in esame includono una cessione di quote o una quotazione azionaria a Hong Kong seguita da un delisting dagli Stati Uniti, secondo quanto hanno riferito le fonti a Bloomberg.

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Un duro colpo a un altro big

Nel primo caso, la proposta sarà probabilmente almeno il prezzo dell’Ipo di 14 dollari, poiché un’offerta più bassa subito dopo l’offerta pubblica iniziale di giugno potrebbe provocare azioni legali o resistenza degli azionisti. Se invece ci sarà una quotazione secondaria a Hong Kong, il prezzo dell’Ipo potrebbe probabilmente essere inferiore rispetto al prezzo delle azioni negli Stati Uniti, 8,11 dollari alla chiusura di mercoledì.

Entrambe le opzioni sul tavolo, in ogni caso, infliggerebbero un duro colpo a un gigante che ha realizzato la più grande quotazione degli Stati Uniti da parte di un’azienda cinese dai tempi di Alibaba nel 2014. I rappresentanti di Didi e del Cac non hanno risposto alle richieste di commento da parte di Bloomberg.

L’ira di Pechino

A scatenare le ire di Pechino sarebbe stata la decisione di procedere con la quotazione a New York quest’estate, nonostante le richieste delle autorità di garantire la sicurezza dei suoi dati prima dell’Ipo. I regolatori cinesi hanno rapidamente avviato molteplici indagini sulla società e hanno preso in considerazione una serie di sanzioni senza precedenti, secondo quanto riportato da Bloomberg News a luglio.

È quindi possibile che il delisting faccia parte di un pacchetto di punizioni per Didi. Il governo municipale di Pechino ha proposto un investimento nella società che darebbe alle aziende statali un controllo effettivo sul gruppo, secondo quanto riportato da Bloomberg News a settembre. Un tale investimento potrebbe aiutare Didi a finanziare il riacquisto delle sue azioni quotate negli Stati Uniti.

L’intero settore tech nel mirino

Didi è attualmente controllata dal team di gestione del co-fondatore Cheng Wei e del presidente Jean Liu. SoftBank Group Corp. e Uber Technologies Inc. sono i maggiori azionisti di minoranza di Didi.

La società, un tempo celebrata per aver sconfitto Uber in Cina, è ora diventata un banco di prova nell’ambito del più ampio sforzo del governo cinese per frenare il potere dei titani di Internet. L’amministrazione di Xi Jinping ha preso di mira un settore che negli anni recenti ha accumulato vaste ricchezze operando ai margini della legge, ha creato un numero senza precedenti di miliardari e ha arricchito gli investitori locali e stranieri in il processo.

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