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Pellicce, continua la battaglia fra naturali e sintetiche: qual è la più ecologica?

Mentre aumenta il numero di marchi e interi Paesi che dicono no alle pellicce vere, l’industria delle naturali si difende con nuove certificazioni ed economia circolare. E la concorrente ribatte investendo su materiali sintetici derivati dalle piante

di Chiara Beghelli

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Look della collezione couture Fendi AI 2019-20

Mentre aumenta il numero di marchi e interi Paesi che dicono no alle pellicce vere, l’industria delle naturali si difende con nuove certificazioni ed economia circolare. E la concorrente ribatte investendo su materiali sintetici derivati dalle piante


5' di lettura

Per gli antichi romani Giano bifronte era il dio dai due volti: uno rivolto al passato, uno al futuro, ma appartenenti alla stessa persona. Anche per l'industria delle pellicce il 2020 sarà un anno bifronte, e non solo dal punto di vista numerologico: sarà quello in cui Prada si unirà alla lunga lista di marchi che hanno scelto di non usare più pellicce naturali, ma anche quello in cui proprio quest'industria lancerà Furmark, primo programma di certificazione e tracciabilità globale. E anche quello in cui Stella McCartney presenterà i primi capi in pelliccia fatta di plastica di origine vegetale.

Questa battaglia fra pelliccia naturale e sintetica impegna da almeno 25 anni il materiale più antico di cui si sia vestito l'essere umano. E al momento la vittoria sembra appartenere alla seconda, sostenuta dalla convinzione - sempre più condivisa dai marchi della moda, dal lusso al fast fashion -, che sia più sostenibile. Tanto che, se in inglese è definita “faux fur”, in Italia si chiama “pelliccia ecologica”.

Pelliccia in volpe artica di Valentino

Bilanci speculari: cala il naturale, cresce il sintetico
Quest’anno la California ha decretato che entro il 2023 non sarà più permessa le vendita di pellicce naturali di coyote, visone e coniglio. Entro il 2025 anche in Norvegia, come per esempio già in Serbia e in altri Paesi del continente europeo, saranno vietati gli allevamenti di animali da pelliccia. Il Regno Unito è già “fur free” dal 2002.

Da dicembre 2019, Farfetch non venderà più prodotti con pelliccia naturale sulla sua piattaforma: quando nel 2018 l’azienda di José Neves si è quotata a New York, Peta , la più importante ong globale a sostegno dei diritti animali, è stata fra i primi ad acquistare azioni, per conquistare anche voce in capitolo nelle assemblee degli azionisti ed esercitare forti pressioni, che hanno portato a questa decisione.

La celebre campagna anti-pellicce di Peta del 1994 con le supermodels dell’epoca

Oltre alle nazioni e alle e-boutique, anche il numero di marchi che si dichiarano fur free è in costante ascesa, come i numeri dell'industria della pelliccia sintetica: secondo Technavio crescerà in media del 19% annuo fra 2019 e 2023, fino a 129 milioni di dollari. Dall'altra parte, il calo dell'industria della pelliccia naturale, dai 40 miliardi di dollari del 2015 ai 33 del 2018, secondo le stime dell'International Fur Federation (Iff), che raccoglie 56 membri di 40 Paesi e che sta cercando di parare i colpi del movimento globale anti-pellicce. Iniziando a giocare proprio sul loro stesso campo: «Stiamo per lanciare campagne per evidenziare i vantaggi dell'acquisto di pellicce naturali - spiega Mark Oaten, ceo di Iff -. Mentre il dibattito sulla sostenibilità nella moda cresce sempre di più, le persone stanno ripensando alle pellicce sintetiche come un'alternativa altamente inquinante rispetto a quelle naturali».

La filiera italiana difende i propri standard
«L'Italia è l'unico Paese al mondo a poter vantare una filiera delle pellicce totalmente sostenibile e certificata, dagli allevamenti alle concerie fino alle manifatture», sostiene con orgoglio Roberto Scarpella, presidente dell'Associazione Italiana Pellicceria, attiva dal 1949 e alla quale fanno capo circa 19mila aziende che nel 2018 hanno generato un giro d'affari di 1,2 miliardi di euro. «Per questa nostra eccellenza possiamo essere un modello anche per altri operatori del sttore, dai quali però ci sentiamo spesso giudicati come degli appestati», sottolinea. Secondo i dati di runa ricerca Confindustria Moda pubblicata a febbraio 2019, le aziende della filiera italiana sono concentrate perlopiù in Lombardia, Veneto e Toscana. Fra 2017 e 2018 sono calate nel complesso del 3%.

Fendi, una sfilata couture come omaggio a Roma e a Karl Lagerfeld

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Le campagne contro le pellicce naturali hanno convinto molti marchi di moda a rinunciarvi, «con un danno innegabile alle nostre aziende, soprattutto quelle della manifattura, che producono circa l'80% delle pellicce vendute in Europa e Nord America. Essere fur free è una risposta facile a delle forti pressioni che gli uffici stile non vogliono sostenere. A volte è una scelta di moda - prosegue Scarpella-. Eppure noi avremmo bisogno di qualcuno che ascoltasse le nostre ragioni. Perché, per esempio, certi marchi continuano ancora a usare pelli esotiche? E anche la pelle stessa sta iniziando a subire molti attacchi, tanto che anche i colleghi dell'Unic hanno registrato un calo della produzione». Sempre fra 2017 e 2018 i consumi wholesale (gli acquisti all’ingrosso) di pellicce in Italia sono calati del 2,4%, quelli retail (la vendita al dettaglio) dell’1,9%.

A causare un calo nei consumi di pellicce sono anche le preoccupazioni per l’eticità degli allevamenti: «Ognuno può certamente fare le scelte che vuole - afferma il presidente -. E certamente da parte nostra dobbiamo risolvere alcune zone d'ombra che, purtroppo, ancora sono presenti nel settore, come ha dimostrato l’inchiesta di Report su alcuni allevamenti di volpi. Ma nella mia esperienza, però, non ho mai visto un allevatore trattare con crudeltà i suoi animali, semplicemente perché sono loro il suo sostentamento».

Una battaglia a colpi di certificazioni, test, tecnologie
Nel 2018 i produttori di pellicce “vere” hanno commissionato all'azienda di biotecnologie belga Ows uno studio per misurare la biodegradabilità di diversi tipi di pellicce naturali e non: «Per le pellicce sintetiche il processo non è mai iniziato», la lapidaria conclusione. Sotto accusa è anche l’uso di plastica, materiale oggi nemico di ogni politica di sostenibilità, e in genere di materiali derivanti da petrolio, usata per la produzione di “faux fur”.

Eppure, anche l’industria tradizionale è ben consapevole di avere importanti margini di miglioramento. Per questo in Europa sono allo studio nuove e più stringenti certificazioni e regolamenti che riguardano tutta la filiera. Il 2020, come detto, sarà l’anno di lancio di Furmark, programma che rende tracciabile tutte le fasi di produzione, dal welfare degli animali alla tinture. E sempre entro il 2020 le pellicce vendute all’asta in Europa dovranno essere certificate da Welfur, che stabilisce 12 criteri di conformità per allevamenti di visone, volpe e finn racoon.

Natalia Vodianova con la pelliccia in Koba di Stella McCartney (foto: Instagram)

La nuova frontiera è la pelliccia sintetica a base vegetale
Ma i produttori di pellicce sintetiche non sono meno innovativi: la pelliccia “ibrida” che sarà usata da Stella McCartney si chiama Koba ed è fatta di Sorona, materiale di origine vegetale brevetto DuPont, e da poliestere riciclato creato dall’azienda francese Ecopel, che sta anche studiando come ricavare energia dalle pellicce sintetiche a fine ciclo di vita.

E sul fronte dell'economia circolare, le pellicce naturali rispondono ancora, valorizzando l’upcycling (la vecchia “rimessa a modello”), formula inserita anche da Fendi, maison che ha costruito molto del suo successo sull'arte della pellicce, nella sua più recente collezione couture. Nella quale ha inserito anche preziose e innovative pellicce fatte di cashmere. «La pelliccia è uno dei materiali più sostenibili di sempre», ha detto Michael Burke , ceo Louis Vuitton, in un’intervista a Die Welt. Scelte e parole che non lasciano dubbi: la battaglia delle pellicce proseguirà ancora a lungo.

Per approfondire:
L'industria delle pellicce cresce e rilancia: soluzioni sostenibili e senza tempo

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