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Pena di morte, delitto di giustizia

di Armando Torno

2' di lettura

Si parla ancora della pena di morte. Non in Italia, dove l'ultima esecuzione capitale avvenne nel 1947, quando furono fucilati tre uomini colpevoli della strage di Villarbasse. Già nel 1889 il nostro Paese ne previde l'abolizione (erano esclusi i crimini di guerra e il regicidio), anche se poi il fascismo la reintrodusse con il Codice Rocco nel 1930; comunque fu poi vietata dalla Costituzione del 1948.

Per il Regno Unito l'abolizione arrivò soltanto negli anni Sessanta e in Francia nel 1981. Negli Stati Uniti d'America è ancora in vigore. Così in Cina, Arabia Saudita, Pakistan. Non faremo l'elenco, anche perché alcune organizzazioni come “Nessuno tocchi Caino” o “Amnesty International” comunicano continuamente quel che accade su tale questione. E si battono perché in tutto il mondo sia abolita.

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Da noi, se si volesse essere precisi, è il caso di aggiungere che l'ultimo leader politico che espresse un parere favorevole per reintrodurla nel nostro codice fu Giorgio Almirante (scomparso nel 1988). La richiedeva per i delitti più efferati. E negli anni di piombo non fu una voce isolata.
Certo, l'Italia è la patria di Cesare Beccaria, che nel 1764 pubblicava “Dei delitti e delle pene”, un'opera che fece riflettere il mondo intero e con la quale egli faceva notare che la pena di morte non è giusta: lo Stato, per punire un delitto, a sua volta ne commetterebbe un altro.
Così non avrebbe pensato un secolo più tardi Friedrich Nietzsche. Egli vedeva nella morte del criminale un atto che avrebbe restituito dignità al suo gesto, similmente al suicidio consentito dalla morale greco-romana; anzi, la intendeva come un'assoluzione dalla colpa, liberando chi ha commesso il crimine dall'umiliazione del pentimento, frutto della morale cristiana (che il filosofo tedesco detestava con tutte le sue forze).

Si potrebbe continuare sino a stancarsi con esempi e opinioni, più o meno filosofiche. Tutto ciò vale la pena ripensarlo perché la pena di morte continua a essere praticata anche nelle democrazie e perché il valore della vita non ha compiuto i progressi che speravano uomini quali Tolstoj o Gandhi.
Ora Tito Saffioti ha pubblicato un libro che più di molti altri aiuta a odiare la pena di morte, descrivendo trentasette esecuzioni capitali dal VII secolo della nostra era al 1930. S'intitola “Gente a cui si fa notte inanzi sera” (Book Time, pp. 244, euro 20).

L'autore ha scelto di raccontare le strazianti vicende di personaggi noti - per esempio, la nobildonna Beatrice Cenci, parricida - o quasi sconosciuti ai più, come Antonio Rinaldeschi, che nel 1501 dopo aver perso al gioco lanciò escrementi contro un'immagine della Madonna e finì impiccato. Altri “giustiziati” furono i congiurati della famiglia de' Pazzi, puniti dai Medici; o il povero Damiems, che ferì con un coltellino Luigi XV e fu squartato dopo atroci supplici (tra l'altro, lo attanagliarono e sulle ferite versarono piombo fuso).
Crudeltà inutili e costanti nella storia. I delitti sono continuati e, nel caso di Damiens, il vero delitto fu quello della giustizia.

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