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Pensioni, corsa a quota 100. Ma il conto lo pagheranno i giovani

di Matteo Prioschi


Quota 100, ecco perché a pagare il conto saranno i giovani

3' di lettura

Con oltre 112mila richieste già arrivate all’Inps, quota 100 è sicuramente il “best seller” dell’anno in tema di previdenza, seguito, almeno per l’interesse che suscita, dal riscatto laurea “a basso costo” introdotto per i periodi soggetti al metodo di calcolo contributivo. Del resto la quota consente di fare un salto indietro nel tempo, andando in pensione a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre negli ultimi anni i requisiti sono solo aumentati.

Nel 2011, prima della riforma Fornero, gli uomini ottenevano il trattamento di vecchiaia a 65 anni, le donne a 60-61 (oggi 67 anni per tutti), ma soprattutto c’era la pensione di anzianità con quota 96, che consentiva di smettere di lavorare raggiunti i 60 anni di età e 36 di contributi.

PER SAPERNE DI PIÙ / DOSSIER PENSIONI 2019

Però le novità, ora definitive, introdotte dalla legge di Bilancio e dal decretone (illustrate nell’instant book «TuttoPensioni 2019» in edicola mercoledì 10 aprile con Il Sole 24 Ore) non si esauriscono con quota 100. È stata ripristinata l’opzione donna, con accesso a pensione da 58 anni, ed è stato congelato l’adeguamento dei requisiti alla variazione della speranza di vita per la quasi totalità delle modalità di pensionamento.

Solo l’assegno di vecchiaia da quest’anno chiede 5 mesi in più rispetto al 2018. Con i suoi 67 anni di età appare lontano e quasi irraggiungibile. In effetti, verrebbe da dire, non lo si deve raggiungere, perché ci sono vie alternative messe a disposizione grazie alle deroghe alla riforma Fornero spalmate qua e là e alla possibilità di uscire dal mondo del lavoro anche prima dei 60 anni utilizzando alcuni scivoli.

Negli ultimi sette anni c’è stata prima una riforma improntata al rigore dei conti e ora una mezza riforma che ritiene non opportuna tanta rigidità. Tuttavia, dato che l’investimento previdenziale della collettività e del singolo è di lungo periodo, sarebbe utile una linea coerente nel tempo. Per poter pianificare il proprio futuro, anche decidendo, per esempio, se riscattare o no il periodo di studi universitari, che da quest’anno a determinate condizioni può essere fatto a un costo ridotto rispetto al passato. Però se le regole cambiano continuamente, perché investire ora in un’operazione che tra 20 o 30 anni potrebbe rivelarsi poco utile?

«Credo sia sbagliato chiedere già di abrogare una misura che sta avendo grande successo e che avrà presto impatto sulla qualità della vita di tanti italiani» ha affermato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio giovedì scorso (4 aprile) al question time in Senato, in merito alla richiesta formulata dall’Ocse di abrogare quota 100. Se il successo di un provvedimento pensionistico si misura in adesioni, allora sarebbe stato ancor maggiore con quota 90. Se, invece, la bontà di una riforma previdenziale fosse valutata anche sulla sostenibilità nel tempo e nell’equità intergenerazionale, il giudizio cambierebbe.

Nel 1969 la riforma Brodolini (legge 153) introdusse il sistema di calcolo retributivo, sostituì definitivamente il sistema a capitalizzazione con quello a ripartizione (pago le pensioni di oggi con i contributi versati da chi sta lavorando quest’anno, così posso dare subito l’assegno a tutti), la perequazione automatica degli assegni previdenziali agganciata a stipendi e inflazione, più altre misure.

Dopo qualche anno erano già evidenti gli effetti deleteri sui conti pubblici, ma per riuscire a correggere la rotta si è dovuto attendere il 1992 (riforma Amato) e il 1995 (riforma Dini). Perché a concedere si fa in fretta, togliere è più difficile. Quindi ecco la corsa a quota 100, disponibile fino al 2021. Poi si vedrà.

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