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Pensioni, nel 2021 assegni per 312 miliardi. Ecco i costi delle ipotesi per il dopo “quota 102”

Le stime dei costi della flessibilità. Gender gap: la differenza tra uomini e donne nel reddito pensionistico è stata di oltre 6mila euro

di Marco Rogari

Pensioni, Quota 100 non è decollata, solo 380mila domande in 3 anni

6' di lettura

Circa 16 milioni di pensionati, di cui 8,3 milioni donne e 7,7 uomini, ai quali sono stati destinati trattamenti per un importo lordo complessivo di 312 miliardi. Sono i dati, aggiornati al 31 dicembre 2021, dai quali partono le analisi e le considerazioni contenute nel capitolo previdenza del XXI rapporto annuale dell’Inps, presentato alla Camera dal presidente dell'Istituto, Pasquale Tridico. A cominciare da quella sul cosiddetto divario di genere che in termini di reddito pensionistico lo scorso anno è stato quantificato in oltre 6mila euro.

Allarme sulla sostenibilità del sistema

Nel dossier si stima anche il costo di tre possibili canali d’uscita per rendere più flessibile il sistema pensionistico dal 2023 con la fine di Quota 102. L’opzione “al calcolo contributivo” (uscita con 64 anni d'età e almeno 35 di versamenti a condizione di aver maturato un trattamento pari 2,2 volte l'assegno sociale) impatterebbe sui conti pubblici per quasi 900 milioni il primo anno e arriverebbe ad assorbire quasi 3,8 miliardi nel 2029. L’uscita anticipata, sempre con 64 anni d'età e almeno 35 di contributi ma con un penalizzazione del 3% della pensione retributiva per ogni anno d'anticipo rispetto alla soglia di vecchiaia, costerebbe poco meno di un miliardo il primo anno e salirebbe fino a 5 miliardi nel 2029. Mentre con la cosiddetta “proposta Tridico” (anticipo della sola quota contributiva della pensione a 63 anni d’età e con 20 anni di contribuzione per poi recuperare la fetta retributiva al raggiungimento dei requisiti di vecchiaia) la spesa aggiuntiva si fermerebbe a 500 milioni il primo anno e supererebbe di poco i 2,5 miliardi nel 2029. Nel rapporto, che evidenzia come quasi il 40% dei pensionati percepisca un reddito inferiore ai 12mila euro lordi annui, si lancia anche una sorta di allarme sulla sostenibilità del sistema gestito dall’Inps, che nel 2029 potrebbe ritrovarsi con un patrimonio in negativo per 92 miliardi.

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Erogati 20,8 mln di prestazioni previdenziali

Dal rapporto annuale dell’Inps emerge che nel 2021 sono stati erogati 20,8 milioni trattamenti previdenziali mentre i pensionati hanno raggiunto quota 16 milioni (15,5 milioni quelli con pensione liquidata dall'Istituto). Pertanto, c’è una fetta non trascurabile di soggetti che riceve più di una prestazione (20% degli uomini e 33% delle donne).

Le pensioni costano 312 miliardi

Dalla fotografia scattata dall’Inps si può notare che i trattamenti previdenziali assorbono il 92% della spesa, mentre quelli assistenziali (prestazioni agli invalidi civili e le pensioni e gli assegni sociali) il restante 8%. Complessivamente il costo per prestazioni previdenziali nel 2021 ha raggiunto i 312 miliardi. La voce che incide maggiormente sulle uscite è quella delle pensioni di anzianità/anticipate (il 56% del totale), seguita dalle pensioni di vecchiaia (il 18%) e dalle pensioni ai superstiti (14%). Le prestazioni agli invalidi civili rappresentano il 7% del totale e le altre due voci (pensioni di invalidità e pensioni e assegni sociali), rispettivamente, il 4% e il 2%.

Il rischio di patrimonio negativo

I tecnici dell'Istituto guidato da Pasquale Tridico hanno anche effettuato alcune stime sulla sostenibilità del “sistema-Inps” tenendo conto della previsioni demografiche dell’Istat e di quelle contenute nei documenti di finanza pubblica. Se il quadro non dovesse subire grosse mutazioni, i risultati di gestione negativi dell'Istituto rischierebbero di portare il patrimonio netto a un rosso di 92 miliardi nel 2029. Anche per questo motivo nel rapporto si sottolinea che occorre prestare attenzione alla sostenibilità del patto intergenerazionale.

Solo il 44% dei trattamenti alle donne

Nel 2021 l’Inps ha corrisposto un trattamento a 15,5 milioni di pensionati, di cui 7,4 uomini e 8,1 milioni donne (pari al 52%) per un totale di 305 miliardi di euro di assegni erogati, di cui però soltanto il 44% alle pensionate. Il dossier si sofferma molto sulla questione del divario di genere. Anche perché lo scorso anno la differenza tra uomini e donne nel reddito pensionistico è stata di oltre 6mila euro. Nel rapporto si fa notare che questo divario deriva dalla netta prevalenza degli uomini nelle pensioni anticipate, ovvero quelle di importo più elevato, mentre le donne prevalgono nelle pensioni ai superstiti e in quelle di vecchiaia. L’Inps sostiene che il divario pensionistico è riconducibile a retribuzione oraria (differenza del 17% nel settore privato), tempi di lavoro (part time) e anzianità contributiva (differenza del 40% nel 2001 scesa al 25% nel 2021). Nel complesso gli assegni pensionistici dei maschi sono superiori del 37% di quelle delle femmine.

Tasso di sostituzione delle pensioni

Allo scopo di misurare il potere d'acquisto dei pensionati e l’efficacia del sistema di previdenza nel fornire un reddito pensionistico in sostituzione di quello da lavoro, gli esperti hanno stimato il tasso di sostituzione delle pensioni. Che per chi si è ritirato dal mercato del lavoro dopo il 2017 risulta pari, in media, al 75% della retribuzione massima ricevuta negli ultimi 10 anni di attività, con una differenza di 2 punti percentuali tra maschi e femmine. Nel dossier si legge che nel confronto internazionale tra i Paesi dell’Ue si tratta di un valore elevato, inferiore solo a Grecia, Spagna e Portogallo.

Quasi il 40% con reddito lordo sotto i 12mila euro

Una parte del rapporto è dedicata alle “pensioni povere”. Nel 2021 il 40% dei pensionati ha percepito un reddito pensionistico lordo inferiore ai 12mila euro l’anno, al netto delle integrazioni al minimo associate alle prestazioni, delle varie forme di indennità di accompagnamento, della quattordicesima mensilità e delle maggiorazioni sociali associati alle prestazioni: tenendo conto anche di queste “voci”, scende al 32% la quota di pensionati con reddito annuo inferiore ai 12mila euro. Da un’analisi del ventesimo percentile di reddito pensionistico (fino a 10mila euro nel 2021) emerge che solo il 15% dei pensionati in questa fascia riceve un assegno sociale e il 26% una pensione al superstite.

Il nodo della flessibilità in uscita

Nel report si ricorda che a fine anno si esaurirà Quota 102, che dall’inizio del 2022 ha preso il posto di Quota 100. E se entro la fine di dicembre non saranno individuate nuove misure, da gennaio del prossimo anno si tornerà alla legge Fornero in versione integrale. In attesa degli eventuali sviluppi del confronto tra governo e sindacati, fermo da metà febbraio, gli esperti dell’Inps hanno stimato l’impatto sui conti pubblici di tre ipotesi sul tavolo per rendere più flessibile in uscita il sistema pensionistico: opzione con il ricalcolo contributivo dell’assegno; uscita anticipata con penalizzazione; anticipo della sola quota contributiva dell’assegno (“proposta Tridico”). Il primo possibile canale di uscita anticipata preso in considerazione poggia sul ricalcolo interamente contributivo dell'assegno (ipotesi preferita dal governo). Questa proposta consentirebbe l'uscita ai lavoratori ancora in parte “retributivi” con 64 anni di età e almeno 35 di anzianità contributiva a condizione di aver maturato un importo del trattamento pari ad almeno 2,2 volte l’assegno sociale. Questa opzione, come detto, prevede il calcolo dell'intera pensione secondo il metodo contributivo. Per i lavoratori appartenenti al sistema contributivo puro invece si prevede la riduzione della soglia da 2,8 a 2,2 volte l’assegno sociale. Il costo di partenza sarebbe di quasi 900 milioni il primo anno per poi salire a 2 miliardi nel 2024 e a oltre 3,7 miliardi nel 2029. A quel punto l’impatto sui conti pubblici comincerebbe a ridursi.

Subito necessario 1 mld per penalizzazioni del 3%

La seconda possibilità valutata dagli esperti dell'Inps è quella che prevede la penalizzazione del 3% per ogni anni di anticipo rispetto alla soglia di “vecchiaia” (67 anni) della quota retributiva della pensione per le uscite con 64 anni e non meno di 35 anni di versamenti a condizione di aver maturato un assegno pensionistico pari ad almeno 2,2 volte l’assegno sociale. Una soluzione che assorbirebbe quasi un miliardo nel 2023. Il costo lieviterebbe poi a 2,3 miliardi nel 2024 per arrivare a oltre 5 miliardi nel 2029.

Con “proposta Tridico” spesa di 500 milioni il primo anno

La “proposta Tridico” si presenta come la meno costosa. Questa ipotesi prevede l’anticipo della sola quota contributiva del trattamento (superiore a 1,2 volte l’assegno sociale) al raggiungimento di 63 anni d’età e 20 anni di contribuzione. Al raggiungimento dei requisiti di vecchiaia al lavoratore verrebbe riconosciuta anche la fetta retributiva della pensione. In questo caso la spesa sarebbe di 499 milioni il primo anno, e salirebbe a 1,5 miliardi quello successivo e a 2,5 miliardi nel 2029.

Le soluzioni alternative

Anche alla luce della fase di stallo del confronto sulla mini-riforma delle pensioni, l’Inps indica una strada alternativa rispetto alle tre opzioni “valutate”. «Si potrebbe perseguire – si legge nel rapporto - l’intento di ampliare le fasce di soggetti bisognosi di tutela, perché senza lavoro o in condizioni di salute precarie o impegnati in lavori particolarmente gravosi, attraverso un potenziamento dell'Ape Sociale (reddito ponte al requisito di vecchiaia) e/o migliorando altri strumenti pensionistici già esistenti (lavoratori usuranti e lavoratori precoci)».


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