La riforma della previdenza

Pensioni: nella maggioranza prende quota l’Ape sociale, no al ritorno alla Fornero

In attesa della ripresa del confronto tra governo e sindacati sul dopo Quota 100, i partiti cominciano a definire le loro posizioni e, pur premendo per nuove Quote, guardano all'attuale cassetta degli “attrezzi previdenziali”

di Marco Rogari

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2' di lettura

Un 2022 senza una Quota universale, ma anche senza un ritorno integrale alla legge Fornero. Malgrado manchi ancora più di un mese e mezzo al varo della legge di bilancio, e in attesa che riparta il confronto governo-sindacati sulla previdenza, comincia a delinearsi il nuovo assetto pensionistico che dal prossimo 1° gennaio non comprenderà più la possibilità di uscita anticipata con almeno 62 anni d'età e 38 di contributi, voluta dall'esecutivo Conte 1. Lo stop della Lega, ribadito a più riprese da Matteo Salvini, così come quello dei sindacati e di una parte della maggioranza, sembra di fatto rendere impraticabile un ritorno secco a tutte le soglie di pensionamento introdotte dalla riforma varata dall'esecutivo Monti. Ma, allo stesso tempo, la contrarietà del ministero dell'Economia a interventi troppo invasivi e costosi e la vigilanza dell'Europa sul capitolo previdenza rendono arduo, se non impossibile, il ricorso a nuove Quote: dalla “102” ventilata lo scorso anno alla “41”, cara al Carroccio e ai sindacati. E così, con tutta probabilità, per il post-Quota 100 si attingerà dalla cassetta degli attrezzi pensionistici, potenziando e rendendo strutturali strumenti già esistenti, come l'Ape sociale, Opzione donna o i contratti d'espansione.

Il semaforo rosso al ritorno secco alla Fornero

Matteo Salvini è stato perentorio: non permetteremo un ritorno alla Fornero. Anche i sindacati per il post-Quota 100 da mesi invocano nuove forme di flessibilità e puntano prioritariamente su Quota 41 (possibilità di uscita al quarantunesimo anno di contribuzione, a prescindere dall'età anagrafica) o su pensionamenti anticipati con 62-63 anni. Flessibilità in uscita che è considerata prioritaria anche dai Cinque Stelle, che sollecitano anche la separazione della previdenza dall'assistenza, e dal Pd, favorevole a interventi il più possibile strutturali.

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Il Carroccio non boccia l'Ape rafforzata

Il Mef, come è noto, guarda con molto distacco a tutte le ipotesi di nuove Quote e di forme di uscita anticipata per tutti. Un orientamento che sembra essere condiviso da Palazzo Chigi. Di qui l'idea di ripartire dagli strumenti già disponibili, magari in versione rafforzata. A cominciare dall'Ape sociale che dovrebbe essere utilizzabile anche da altre categorie di lavoratori impegnati in attività considerate gravose o usuranti. Decisivo per l'allargamento della platea sarà lo studio che sta completando l'apposita Commissione tecnica istituita dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Anche il Carroccio, da sempre fautore di Quota 41, non sembra contrario a questa opzione. E a lasciarlo chiaramente intendere è stata a metà agosto Tiziana Nisini, sottosegretario leghista al Lavoro: dobbiamo evitare lo scalone dei 67 anni potenziando gli strumenti già in essere, serve flessibilità in uscita affiancata da misure mirate come Opzione donna, Ape sociale o come i contratti di espansione.

Anche Tridico guarda agli strumenti esistenti

Anche per il presidente dell'Inps, pasquale Tridico, la strada da percorrere è quella di approfondire gli strumenti che già oggi permettono di lasciare il lavoro a 63 anni. A cominciare dall'Ape sociale. Secondo Tridico, va allargato il bacino delle attività gravose alle quali è consentito di uscire anticipatamente rispetto alla soglia di vecchiaia dei 67 anni.


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