MERCOLEDÌ LA DECISIONE

Pensioni, mini-rivalutazione all’esame della Corte Costituzionale. Mercoledì la decisione

di Matteo Prioschi

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(Agf)


2' di lettura

L’adeguamento delle pensioni all’inflazione torna all’esame della Consulta, che valuterà la legittimità del decreto legge 65/2015 con cui il governo ha riconosciuto in minima parte quanto non pagato ai pensionati per effetto del blocco della perequazione nel biennio 2012-2013. La posta in palio è alta perché, oltre che dal punto di vista giuridico, la decisione può avere ripercussioni finanziarie pesanti, dato che in ballo ci sono più di 21 miliardi di euro. La questione sarà discussa in Camera di consiglio domani 25 ottobre. Lo ha comunicato in serata la Consulta stessa.

Per mettere in sicurezza i conti a fine 2011, con il decreto legge 201/2011 “salva Italia”, il governo stabilì che nel biennio 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni sarebbe stata riconosciuta solo agli assegni di importo massimo non superiore a 1.404 euro lordi, cioè 3 volte il trattamento minimo. Quindi nei due anni successivi, mentre gli assegni più bassi aumentarono del 2,7 e del 3% quale effetto dell’inflazione, quelli oltre la soglia individuata rimasero invariati, in quanto non si applicò il meccanismo ordinario che prevede comunque una rivalutazione degli importi in percentuale decrescente all’aumentare del valore della pensione.

Contro tale blocco la Corte costituzionale si è pronunciata nel 2015 (sentenza 70), stabilendone l’illegittimità. A quel punto si sarebbe dovuto applicare il meccanismo di perequazione previsto dalla legge 388/2000, ma con effetti pesanti sulle casse dello Stato. Secondo quanto calcolato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, la sentenza avrebbe determinato un esborso pari a 24,1 miliardi di euro al lordo degli effetti fiscali nel periodo 2012-2015 perché, oltre a quanto non pagato nei due anni di blocco, si deve tener conto dell’effetto trascinamento sugli anni successivi, dato che la rivalutazione viene effettuata sull’importo dell’anno precedente.

Per limitare i danni, con il decreto legge 65/2015 il governo ha recepito la sentenza della Corte costituzionale stabilendo una restituzione parziale di quanto dovuto: 2,8 miliardi, di cui due terzi destinati a chi percepisce un assegno di importo compreso tra 3 e 4 volte il minimo. Ebbene, contro tale

decisione è stata chiamata di nuovo in causa la Corte costituzionale con 15 ordinanze. Si dubita della legittimità di un provvedimento introdotto senza un vincolo di scopo preciso, che valica i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, determina un danno economico definitivo per i pensionati. Inoltre il Dl 65/2015, abbinato con le regole sulla perequazione in vigore fino alla fine del 2018 (articolo 1, comma 483, della legge 147/2013), penalizza ulteriormente le pensioni di importo superiore a 6 volte il minimo.

Oggi, inoltre, Istat pubblicherà gli indicatori di mortalità dei residenti per il 2016; il documento sarà alla base del decreto di adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di pensionamento dal 2019. L’attesa è per un inasprimento di 5 mesi, in automatico verrebbero poi aggiornati anche i coefficienti di trasformazione.

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