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Pensioni, premi e soglie per chi rinvia l’uscita: ecco gli incentivi allo studio

I tecnici del governo stanno valutando la proposta lanciata dalla Lega per favorire la permanenza al lavoro anche dopo la maturazione dei requisiti per il pensionamento. Gli incentivi non sarebbero rigidamente ancorati al limite anagrafico di 63 anni

di Marco Rogari

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3' di lettura

Un “premio” per chi rinvia la pensione. Con una busta paga più pesante di circa un terzo. Ma non tarato sugli over 63 e, probabilmente, non per tutti. Anche perché la sua “mission” prioritaria sarebbe quella di evitare nuove fughe dal pubblico impiego, a partire dai medici.

Comincia a prendere forma la decontribuzione per incentivare i lavoratori in possesso dei requisiti di pensionamento a rimanere al lavoro, che è stata proposta dalla Lega e che ora stanno valutando i tecnici del governo per verificarne la reale fattibilità, anche in termini di costi, in vista del varo della manovra con cui dovrebbero scattare le misure per sostituire Quota 102, magari con una versione rivista (62 o 63 anni d’età e 41 di versamenti). E proprio i requisiti minimi richiesti per accedere alla pensione, che in più di un caso differiscono tra le varie categorie, diventerebbero la soglia oltre la quale scatterebbe l’incentivo.

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No al limite rigido dei 63 anni per l’eventuale bonus

L’ipotesi che è allo studio per favorire il posticipo dei pensionamenti non prevederebbe una soglia rigida di 63 anni per beneficiare dell’incentivo. La soglia effettiva sarebbe rappresentata dai requisiti minimi previsti per l’accesso alla pensione fissati per le singole categorie che sarebbero interessate dal meccanismo di decontribuzione. Attualmente, ad esempio, una parte della platea dei medici può optare per l’uscita dal lavoro anche con 62 anni d’età e 35 di contribuzione oppure con 42 anni di versamenti (riscatti inclusi) a prescindere dall’età anagrafica.

Il nodo della platea

Nelle intenzioni della Lega il bonus per ritardare i pensionamenti dovrebbe essere garantito a vasto raggio: se non proprio per tutti, almeno per la maggior parte dei lavoratori. Ma resta sul tavolo l’ipotesi di incentivi limitati ad alcune categorie, privilegiando quelle con sofferenze d’organico.

Priorità al settore pubblico, a partire dalla sanità

Se lo sgravio contributivo dovesse ricevere l’ok del governo, a usufruirne sarebbe prioritariamente il pubblico impiego (almeno alcuni settori) che, a causa dell’elevato numero di uscite registrate negli anni di Quota 100 seguite a una lunga fase di blocco del turn over, presenta molte aree con vuoti di personale, non ancora colmati dall’operazione “concorsi pubblici” avviata dall’ex ministro della Pa, Renato Brunetta. E nel caso in cui il governo, per evitare il ritorno alla legge Fornero in versione integrale, dovesse optare per una Quota 102 rivista, con uscite a 61 anni e 41 di contribuzione, la cosiddetta “fuga” dalla Pa potrebbe ripresentarsi con un nuovo sussulto. A prescindere da questa variabile, il nuovo meccanismo con i premi scatterebbe in ogni caso sul fronte della sanità per evitare che la presenza dei medici nelle strutture ospedaliere si riduca ulteriormente.

La decontribuzione

Lo sgravio contributivo dovrebbe essere totale rendendo così la busta paga più pesante di circa un terzo per i lavoratori dipendenti. Ma non è del tutto escluso il ricorso a una decontribuzione parziale convogliando, nel caso dei lavoratori dipendenti, sulla retribuzione la quota dei contributi a carico delle aziende e una di quella prevista per i lavoratori.

Il precedente del bonus Maroni

Il sistema di premi verrebbe di fatto modellato sulla falsariga del cosiddetto bonus Maroni, che fu introdotto sulla scia della riforma previdenziale del 2004, anche se con alcune non trascurabili differenze, soprattutto per quel che riguarda i requisiti maturati. All’epoca chi andava in pensione essendo in possesso di 40 anni di contribuzione poteva continuare a lavorare aggiungendo alla retribuzione tutti i contributi previdenziali.


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