L’intervento

«Pensioni, la riforma parta dai coefficienti di trasformazione»

In questo intervento il prof. Gronchi spiega perchè è fondamentale riformare il sistema contributivo a partire dal suo sistema di calcolo delle prestazioni

di Sandro Gronchi (*)

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7' di lettura

Il sistema contributivo, internazionalmente identificato con l’acronimo NDC da Notional Defined Contribution, persegue la “corrispettività”, cioè la restituzione dei contributi individualmente versati, e la “sostenibilità”, cioè la tendenziale equivalenza fra la spesa pensionistica e il gettito contributivo. Alla semplicità dei fini si contrappone la complessità dei mezzi necessari per raggiungerli. Lo riconobbe il parlamento svedese nel 1994 approvando unanimemente i primi e conferendo agli esperti della Pension Commission il mandato a definire i secondi. Anche per questo l’NDC svedese, entrato in vigore due anni dopo quello italiano, poté raggiungere la qualità che gli è universalmente riconosciuta. Dell’accurato lavoro della commissione, durato tre anni, si sono giovate anche le altre riforme contributive nord europee (Polacca, Lettone e Norvegese).

Quella forma mentale non è in seguito cambiata. Nel Rapporto n. 53 del Pension Group, composto da parlamentari incaricati di monitorare la riforma NDC, si legge il seguente monito: “I principi fondamentali non sono difficili (...) ma il sistema (…) è complesso. La capacità di amministrarlo presuppone una conoscenza profonda del tutto e di come le parti interagiscono”.In Italia le cose sono andate diversamente.

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La riforma Dini, realizzata in pochi mesi, fu consapevole dei fini ma pretese di ridurre i mezzi a uno sbrigativo metodo di calcolo della pensione, prescrivendo che fosse ottenuta moltiplicando il montante dei contributi versati per un oscuro “coefficiente di trasformazione”, diverso per età e aggiornato periodicamente. Del coefficiente non furono legiferate né la formula né le fonti cui attingere i molti dati in essa coinvolti. Mancarono sia il tempo, sia la volontà politica di approfondire le raccomandazioni dello scrivente che avrebbero eccessivamente rivoluzionato il sistema pensionistico rischiando incomprensioni e resistenze. Furono così trascurate fondamentali riforme che avrebbero dovuto riguardare, fra l’altro, la separazione dell’invalidità dalla vecchiaia, il meccanismo di perequazione, la reversibilità e gli stessi requisiti anagrafico contributivi per l’accesso alla pensione.

Da allora nulla è cambiato. I governi si sono solo sbizzarriti a cambiare e ricambiare i requisiti d’accesso senza mai sospettare le esigenze che essi devono soddisfare.Ormai l’NDC non è più un fantasma oltre l’orizzonte: dopo la Fornero, tutte le nuove pensioni sono parzialmente contributive e si avvicina il giorno in cui lo saranno totalmente. A maggior ragione, urge rifondarlo prima che vada a regime con gli errori e le lacune da cui è afflitto. Il presente articolo si concentra su un aspetto importante del complessivo riordino che attende i coefficienti di trasformazione.

I coefficienti erga omnes

Se la pensione è reversibile, alla sua durata concorre non solo la speranza di vita del pensionato ma anche quella del coniuge superstite. In termini semplici (ma un po’ inesatti) il coefficiente di trasformazione è il reciproco della durata complessiva, cosicché moltiplicandolo per il montante dei contributi versati si ottiene l’annualità di pensione che consente di restituire quest’ultimo. In tal senso, il coefficiente presidia la corrispettività. In realtà, di coefficienti devono esisterne tanti quante sono le età ammesse al pensionamento. Infatti, al crescere dell’età la durata della pensione decresce e il coefficiente (che ne è il reciproco) deve quindi aumentare. Ciò implica che, a parità di contributi versati, chi ritarda il pensionamento deve essere “premiato” con un assegno superiore.

A ben vedere, non si tratta di un premio perché la superiorità dell’assegno compensa l’inferiorità della durata garantendo comunque la restituzione dei contributi.In Italia, i coefficienti (distinti per età) sono aggiornati ogni due anni. Nel biennio di validità sono applicati erga omnes, cioè a prescindere dall’anno di nascita. Ad esempio, quello dei 65 anni valido nel biennio 2021 22 è applicato quest’anno alla coorte nata nel 1956 e l’anno prossimo a quella nata nel 1957. Inoltre, i coefficienti di un biennio sono calcolati (e “annunciati”) nel secondo anno del precedente sulla base dell’ultima tavola di sopravvivenza disponibile. Quelli del 2021 22 furono basati nel 2020 sulla tavola rilevata nel 2018.

Il protocollo testé descritto è iniquo perché imputa tavole di sopravvivenza diverse ai membri di una stessa coorte che vanno in pensione in bienni diversi (a diverse età). Per meglio spiegare, si considerino i lavoratori entrati in assicurazione prima della riforma Dini, in gergo chiamati “misti”, che vanno in pensione di vecchiaia a 67 anni mentre a quella d’anzianità (dalla Fornero chiamata “anticipata”) possono accedere fin da 57 circa (se sono donne che vantano una contribuzione ininterrotta e avviata all’indomani dell’età scolare). Pertanto, una coorte (ad esempio quella nata nel 1964) va in pensione, alla spicciolata, lungo un arco di 11 anni (dal 2021 al 2031) durante il quale le sono imputate 6 tavole diverse. Tale numero crescerà per i lavoratori entrati in assicurazione dopo la riforma Dini, in gergo chiamati “puri”, che potranno ritardare il pensionamento fino a 71 anni (se fino ad allora sprovvisti dei requisiti accessori, economici e contributivi, richiesti dalla Fornero).

Essendo la longevità crescente, ai membri di una coorte che ritardano il pensionamento tale sistema di “tavole mutanti” imputa tassi di sopravvivenza superiori a quelli in precedenza imputati, a parità d’età, ai membri già in pensione. Come se il ritardo potesse allungare la vita. Pertanto, i membri “ritardatari” sono puniti con l’erosione del premio loro spettante in ragione della minor durata della pensione. Chi ritarda per necessità (non avendo maturato il diritto alla pensione) non può sottrarsi alla punizione, mentre chi vorrebbe farlo volontariamente si sottrae con la rinuncia. La posticipazione del pensionamento è disincentivata non solo dallo spettro della punizione ma anche dall’incertezza che ne avvolge la misura. Alle iniquità intra generazionali, testé spiegate, si aggiungono quelle inter generazionali spiegate altrove (Lavoce.info del 4 febbraio 2020). Il rimedio per entrambe è indicato dal modello svedese.

I coefficienti per coorte

Occorrono due premesse. La prima è che, in Svezia, non esiste la pensione d’anzianità mentre è consentito andare in pensione entro una fascia d’età che, dopo varie vicissitudini, attualmente va da 65 a 68 anni. La scelta all’interno della fascia è del tutto libera, cioè prescinde da qualsivoglia requisito non anagrafico, ad esempio riguardante l’anzianità contributiva maturata o l’importo della pensione spettante. La seconda premessa è che (in Svezia come altrove) la durata della pensione dipende non solo dall'età di accesso ma anche da una moltitudine di altri attributi fra cui la coorte di appartenenza, il genere, la condizione socio economica, la scolarità, l'area geografica, lo stato coniugale, lo scarto d’età fra i coniugi, le attività lavorative svolte, etc.. La corrispettività può quindi essere perfezionata a piacere aumentando il numero degli attributi in base ai quali differenziare i coefficienti di trasformazione. Tuttavia, occorre valutare sia l'opacità generata da una giungla di coefficienti, sia la difficoltà a raccogliere la mole delle capillari informazioni necessarie a calcolarli tutti. Senza contare che l'omissione di certi attributi, quali il genere, può essere socialmente desiderata.

Tali considerazioni indussero la Svezia a differenziare i coefficienti (distinti per età) solo in base all’anno di nascita. L’importanza di quest’ultimo è testimoniata dal fatto che ciascuna coorte compresa fra quella nata nel 1870 e quella nata nel 1920 (ultima estinta e quindi “osservabile”) ha mediamente guadagnato, a 65 anni d’età, 30 giorni di vita residua rispetto alla coorte precedente. In realtà, il guadagno è cresciuto a passi crescenti secondo un trend che le proiezioni della Social Security americana confermano per le coorti successive (non ancora estinte).In pratica, il protocollo svedese prevede che a ciascuna coorte siano assegnati, a titolo definitivo, coefficienti suoi propri nell’anno solare in cui compie 64 anni, cioè alla vigilia dell’ingresso nella fascia d’età pensionabile. Così nel 2020 i coefficienti sono stati assegnati ai nati nel 1956, nel 2019 ai nati nel 1955, e così via. Ne deriva che i quattro coefficienti in vigore nel 2021 provengono da anni diversi. I coefficienti “per coorte” evitano di punire chi ritarda il pensionamento, e quindi di scoraggiare chi intende farlo su base volontaria. Tuttavia, non sono tutte rose e fiori.

Il prezzo da pagare

I coefficienti per coorte sono incompatibili con una fascia pensionabile così ampia come quella permessa in Italia (57-71 anni). Infatti, l’assegnazione a 56 anni implicherebbe “tempi d’attesa” che crescono con l’età al pensionamento fino a raggiungere valori molto elevati. Ad esempio, se i coefficienti in vigore fossero stati assegnati ai nati nel 1964 che nel 2020 hanno compiuto 56 anni, quello dei 67 anni dovrebbe attendere il 2031 per trovare applicazione a distanza di 13 anni dalla tavola del 2018 su cui è basato, mentre quello dei 71 anni troverebbe applicazione nel 2035 a distanza di 17. L’uso di coefficienti così obsoleti produrrebbe pensioni abnormemente “iper corrispettive”, cioè superiori ai contributi versati, pregiudicando la sostenibilità del sistema. La ragione per cui la fascia pensionabile svedese è di soli 4 anni (65-68) è proprio quella di limitare l’obsolescenza.

I coefficienti per coorte, indispensabili al corretto funzionamento del sistema contributivo, richiedono quindi la rinuncia alla pensione d’anzianità e l’adozione di una fascia pensionabile di ampiezza contenuta. Una scelta ragionevole è la conferma della fascia da 64 a 67 anni, già prevista dalla Fornero per i puri, che occorre estendere ai misti per superare le attuali disparità fra le due popolazioni, altrimenti destinate a diventare viepiù insostenibili man mano che crescerà la loro compresenza nel flusso dei nuovi pensionamenti (Lavoce.info del 6 agosto 2021). Sull’esempio svedese, la libertà di scelta all’interno della fascia dovrebbe essere pienamente garantita abolendo i requisiti non anagrafici, sia “contributivi” che “economici”.

Come migliorare la flessibilità senza costi

Alla pensione d’anzianità, ingiustificatamente radicata nella tradizione italiana, si sono progressivamente aggiunte altre forme di pensione anticipata il cui effetto complessivo è di ridurre l’età media di pensionamento a uno dei valori più bassi d’Europa. Le ragioni “sociali” sottostanti non mancano neppure in Svezia dove, però, la risposta è stata una sapiente forma d’uscita anticipata, non configurabile come pensionamento, che non pregiudica l’obsolescenza dei coefficienti e quindi la sostenibilità del sistema. L’uscita anticipata può essere richiesta fin dall’età di 62 anni, cioè fino a tre anni prima dell’età minima di pensione, e da diritto ad assegni mensili configurati come “prestiti” garantiti dal montante contributivo maturato.

Al compimento dell’età minima di pensione, il debito è rimborsato a valere sul montante stesso e, solo allora, la vera pensione è liquidata moltiplicando ciò che resta di quest’ultimo per il coefficiente dei 65 anni appena assegnato (con gli altri tre) alla coorte di appartenenza. La dimensione dei prestiti è quantificata simulando la liquidazione di una pensione vera e propria. Allo scopo, a 61 anni, le coorti ricevono coefficienti “provvisori” per le età da 62 a 64.L’uscita anticipata è a disposizione di chiunque voglia utilizzarla. Finora ha riguardato un terzo dei lavoratori svedesi, la maggior parte dei quali avevano perso il lavoro.

Conclusioni

La differenziazione per coorte non è l’unico aspetto del necessario riordino dei coefficienti di trasformazione che, a sua volta, è ben lontano dall’esaurire la lista degli interventi necessari. A distanza di 26 anni dalla riforma Dini, la classe politica appare tuttora inconsapevole. E’ quindi scontato che i provvedimenti attesi entro l’anno si limiteranno a pasticciare, ancora una volta, sui requisiti per l’acceso alla pensione. È arduo prevedere se e quando il sistema contributivo italiano potrà meritare il nome che porta.

(*) Università La Sapienza di Roma

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