Il tavolo sulla previdenza

Pensioni, riparte il cantiere per il 2023 con le incognite giovani e 64enni

Il governo Draghi ha mantenuto l'impegno si avviare subito il confronto tecnico con i sindacati, senza attendere l'esito della partita per l'elezione del prossimo capo dello Stato. L'obiettivo è individuare soluzioni condivise per correggere la legge Fornero, nel solco del metodo contributivo, tra 12 mesi, una volta esaurita Quota 102. Ma non sarà facile trovare una compromesso tra la richiesta di Cgil, Cisl e Uil di una flessibilità in uscita già a partire dai 62 anni d'età e la necessità di mantenere sotto controllo la spesa pensionistica

di Marco Rogari

Pensioni, il tavolo riparte in salita: il contributivo per tutti divide

3' di lettura

Il governo Draghi ha mantenuto l'impegno preso a dicembre 2021: con l'appuntamento fissato ai leader di Cgil, Cisl e Uil al ministero del Lavoro riapre formalmente il cantiere-pensioni.

L'obiettivo è giungere a soluzioni condivise per correggere la legge Fornero a partire dal 1° gennaio 2023, una volta che si sarà esaurita l'esperienza di Quota 102, limitata al solo 2022 dall'ultima legge di bilancio approvata dal Parlamento.

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Anche se Palazzo Chigi ha già fissato un preciso paletto: qualsiasi ritocco dovrà rigidamente restare all'interno del solco del metodo contributivo. E la presenza del ministro dell'Economia, Daniele Franco, a fianco del responsabile del Lavoro, Andrea Orlando, al primo faccia a faccia dell'anno con i sindacati sulla previdenza è una conferma indiretta della volontà dell'esecutivo di evitare scardinamenti dell'attuale assetto pensionistico.

La trattativa non si presenta semplice, anche perché per congegnare la flessibilità in uscita invocata dai sindacati, dovrà muoversi partendo forzatamente dalla “linea” tracciata da Mario Draghi con la soglia anagrafica dei 64 anni individuata proprio nell'introduzione di Quota 102 e prevista dalla stessa “Fornero” per i pensionamenti anticipati dei lavoratori interamente “contributivi”.

Sulla road map l'incognita della partita per il Colle

Tra le questioni aperte ci sono anche la copertura previdenziale dei giovani con carriere discontinue, la separazione della previdenza dall'assistenza e il rilancio dei fondi pensione. Con un grande incognita che grava sulla stesura del road map per il confronto: le ricadute sul tavolo pensioni dell'esisto della partita per l'elezione del nuovo capo dello Stato. Già da settimane i leader sindacali si interrogano sulla reale possibilità che continui ad essere Draghi l'interlocutore a palazzo Chigi per tratteggiare la nuova riforma delle pensioni. Ed erano in molti a pensare che proprio per l'avvicinarsi del voto delle Camere in seduta comune per eleggere il successore di Sergio Mattarella i tre tavoli tecnici sulla previdenza annunciati dal premier per gennaio sarebbero stati rimandati. Il premier invece ha voluto confermare l'avvio del confronto tecnico nei tempi previsti.

I tre tavoli tecnici

Il confronto si dovrà sviluppare attorno a tre specifici tavoli: flessibilità in uscita; trattamenti previdenziali di giovani e donne; previdenza complementare. Sulla base di un'agenda concordata saranno cadenzate le riunioni con una primo termine di riferimento, che dovrebbe essere quello della presentazione del Documento di economia e finanza (Def) di aprile. Anche se per individuare soluzioni condivise ci dovrebbe essere tempo fino al prossimo autunno quando andrà definita la manovra economica per il 2023.

La “linea” dei 64 anni e il vincolo del “contributivo”

Come è noto, i sindacati puntano a una flessibilità marcata in uscita, con possibilità di pensionamento già a 62 anni o con 41 anni di contribuzione a prescindere dall'età anagrafica. Da quest'anno, al netto delle uscite con l'Ape sociale o con Opzione donna, la soglia anagrafica minima è stata fissata dal governo a 64 anni (con almeno 38 anni di versamenti) nell'ambito di Quota 102. E 64 anni è anche il requisito anagrafico fissato dalla legge Fornero per le uscite anticipate dei lavoratori interamente contributivi (quelli che hanno cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995). Non sarà quindi semplice per i sindacati cercare di far scendere l'asticella. Non a caso anche la proposta formulata dal presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, fissa a 64 anni il limite per richiedere l'anticipo della sola fetta “contributiva” dell'assegno rimandando alla soglia di vecchia l'erogazione della quota “retributiva”. E il trattamento calcolato con il metodo contributivo si traduce in un vincolo difficile da aggirare.

I nodi dei “giovani” e della separazione previdenza-assistenza

In salita si presenta la trattiva anche su un alto punto considerato strategico dai sindacati, soprattutto da Uil e Cisl: lo scorporo delle voci assistenziali da quelle previdenziali, che consentirebbe tra l'altro di ammorbidire l'impatto della spesa pensionistica sui conti pubblici. Il dossier finale dell'apposita Commissione tecnica istituita dal ministero del Lavoro, in cui si afferma di fatto che una netta separazione dell'assistenza dalla previdenza è di fatto impossibile, sembra già stroncare le speranze sindacali. Cgil, Cisl e Uil però non demordono e puntano anche a spuntare un nuovo meccanismo di tutela pensionistica per i giovani, sulla falsariga della pensione di garanzia, con contribuzioni figurative anche per i periodi formativi. Un intervento però che richiederebbe risorse non proprio esigue. E il ministero dell'Economia già in occasione della stesura dell'ultima manovra ha fatto capire di non essere troppo disposto ad allentare i cordoni della borsa.


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