25 anni di riforma previdenziale

Pensioni, ritorna «quota 100» ma la legge Fornero sopravvive

di Davide Colombo e Marco Rogari


Pensioni: ecco i 7 canali flessibili di uscita dal lavoro

3' di lettura

A volte ritornano. Le uscite di anzianità con la “quota” si ripresentano dieci anni dopo la loro “prima volta” sulla “scena previdenziale” italiana. Con un restyling dovuto non solo al trascorrere del tempo. Dal 1° aprile 2019, con il decreto su pensioni e reddito di cittadinanza che dà attuazione alla manovra del governo gialloverde, i lavoratori privati potranno uscire anticipatamente dal lavoro con “quota 100”(dal 1° agosto gli statali), solo tre punti in più rispetto al limite dove si era fermata la contro-riforma Damiano del 2008, che con “quota 95-97” aveva cancellato il cosiddetto “scalone Maroni” concepito quattro anni prima.

Il costo non è proprio trascurabile (quasi 4 miliardi nel 2019, cui si aggiungono altri 8,3 miliardi e 8,6 miliardi rispettivamente nel 2020 e nel 2021), tanto è vero che fino alla fine si è giocata con il ministero dell’economia una delicata partita sulle coperture e sulle clausole per monitorare capillarmente la spesa.

Il cantiere della riforma continua
Un cantiere sempre aperto, quello della previdenza in Italia. Un cantiere, peraltro, da maneggiare con attenzione, visto il livello della spesa di cui si parla, pari al 15% del Pil nonostante le grandi riforme degli anni '90 e il passaggio definitivo al calcolo contributivo del 2011. Una spesa che continua a crescere. A ricordarcelo, non sono solo le istituzioni e gli organismi internazionali, ma la stessa Ragioneria generale dello Stato. L''ultimo Rapporto della Rgs sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema parla chiaro: tra il 2018 e il 2021, a normativa invariata, il solo adeguamento degli assegni all'inflazione e le nuove decorrenze faranno salire il costo di 22 miliardi. Le nuove anzianità hanno in effetti un sapore anche più antico. Introdotte negli anni '60, sono state via via rimodellate sotto il peso di una finanza pubblica in progressivo deterioramento. Il record storico restano le “baby pensioni” nel pubblico impiego. Correva l'anno 1973: le statali coniugate con prole potevano lasciare il lavoro dopo 14 anni 6 mesi e un giorno.

PER SAPERNE DI PIÙ / DOSSIER PENSIONI 2019

Nel 1993 comincia a salire l’età d’uscita
Quasi vent'anni dopo Giuliano Amato, nell'urgenza della più grave crisi valutaria, bloccò per tutto il 1993 le pensioni di anzianità e elevò a regime i requisiti di vecchiaia a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne. Tre anni dopo sarebbe arrivata la riforma Dini, che aprì la strada al sistema di calcolo contributivo sia pure con un lunghissimo intervallo di attuazione (ne erano esclusi i lavoratori con più di 18 anni di versamenti già effettuati al 31 dicembre '95). A regime la pensione di anzianità diventa accessibile con 57 anni e 35 di contributi. oppure, a prescindere dall'età anagrafica, con 40 anni di contribuzione. Ma i “lavori” sono appena all'inizio. Appena due anni dopo, nel '97, il primo governo Prodi già interviene per accelerare la transizione. E' però nel 2004, con Berlusconi premier e il leghista Roberto Maroni al ministero del Lavoro, che si tenta un freno più deciso alla corsa della spesa pensionistica. Con tanto di scalone che prevedeva, dal 2008, l'uscita di anzianità con 60 anni di età e 35 di versamenti (ulteriormente in salita negli anni successivi). Troppo per i sindacati e le sinistre. Tanto è vero che un nuovo governo Prodi, con Cesare Damiano alla guida del ministero del Lavoro, cancella tutto con le sue “quote”, aumentando la spesa di 10 miliardi strutturali. Seguiranno contromisure “soft” (le finestre mobili) e strutturali (l'aggancio dei requisiti alla speranza di vita) per correggere ancora la curva della spesa.

Dalla legge Fornero «a quota 100»
Fino al 2011, quando per puntellare un Paese sull'orlo del default il premier Monti e la ministra Elsa Fornero decisero di cancellare le pensioni di anzianità e di far salire i requisiti di vecchiaia (67 anni dal 2019). Ancora troppo? Forse sì. O almeno questa era l'idea del Governo Renzi, che ha inventato le nuove flessibilità light (Ape sociale e di mercato o cumulo gratuito) per allargare le uscite anticipate. Una contromossa insufficiente per il tandem Di Maio-Salvini: per «superare la Fornero» serve di più. Ecco allora ritornare la quota in formato “100” e con una fisionomia rigida (non meno di 62 anni d'età e 38 di contribuzione) e un carattere sperimentale: sarà valida solo per tre anni con l’obiettivo dichiarato dal Governo di far scattare dal 2022 «quota 41» . Una sorta di maxi-deroga alla legge Fornero (l’adesione dei lavoratori è volontaria), che, al netto della possibilità di uscita anticipata, continua sostanzialmente a restare in vigore.

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