STRATEGIE PER LA CRESCITA

Pensioni, serve più equità nel sistema

di Vincenzo Galasso

6' di lettura

Ultimamente si parla poco di pensioni. Un fatto inconsueto nel nostro Paese. Non ne ha parlato Draghi nel suo discorso al Senato, in cui ha tratteggiato il percorso che il suo governo intende seguire. Forse non era utile. Sulle pensioni, l’ampio schieramento che sostiene il governo ha posizioni contrastanti. E le pensioni rappresentano notoriamente un terreno minato. A tal punto che perfino Vladimir Putin ha toccato il livello minimo di popolarità in coincidenza con la riforma delle pensioni del 2018. O forse non era necessario. Avere nel ministro dell’Economia un esperto di pensioni come Daniele Franco è garanzia che il governo saprà affrontare la sfida previdenziale che lo attende.

A fine anno scade infatti Quota 100. Pur non riscuotendo il successo sperato dai suoi promotori, questa misura ha consentito il prepensionamento di 150mila lavoratori nel 2019 e attorno ai 120mila nel 2020. Quando arriverà alla sua naturale scadenza, lascerà un potenziale scalone di 5 anni tra chi, raggiungendo i requisiti di 62 anni d’età e 38 anni di contributi, è riuscito ad andare in pensione entro fine 2021 e chi invece, magari solo per pochi giorni, dovrà rimanere al lavoro fino a 67 anni per uscire con la pensione di anzianità.

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Questa iniqua eredità di Quota 100 era nota da tempo. Ciò che non era possibile prevedere erano le terribili condizioni economiche durante le quali si sarebbe palesata: in piena riallocazione del mercato del lavoro (speriamo) post-pandemia, dopo un lungo periodo di blocco dei licenziamenti. Facile prevedere che sindacati e imprese spingeranno per un riassorbimento della forza lavoro più anziana tramite (pre) pensionamenti. Ancor più facile immaginare la narrativa con cui ciò avverrà: in periodo di grave crisi, bisogna creare un meccanismo che consenta una fuoriuscita anticipata dei lavoratori anziani dal mondo del lavoro e che permetta ai giovani di entrare. Alcuni politici lo sostengono già, malgrado l’efficacia di questa tanto desiderata staffetta intergenerazionale sia stata smentita da diversi studi della Banca d’Italia, anche nel caso di Quota 100.

Dunque come risolvere l’iniquità generata da Quota 100? E come rispondere alla domanda di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro avanzata da lavoratori e imprese? Durante il secondo governo Conte era allo studio una proposta di Quota 102, che avrebbe consentito il pensionamento con 64 anni di età e 38 anni di contributi. Difficile credere che un’ulteriore misura temporanea, che persiste nella logica di consentire il prepensionamento agevolato solo ad alcune coorti di lavoratori possa trovare l’approvazione del nuovo governo. Una Quota 102 potrebbe essere facilmente ascritta a quegli sprechi, a cui faceva riferimento Draghi nel suo discorso al Senato, che rappresentano un torto alle prossime generazioni, «una sottrazione dei loro diritti». E non gioverebbe certo alla credibilità dell’Italia in Europa, dopo che quest’estate Quota 100 è stata usata come una clava dal governo olandese per evidenziare i vizi italici rispetto alla frugalità nordica.

Più promettente seguire il filo rosso tracciato dal Next Generation Eu per unire investimenti e riforme. Il mercato del lavoro può essere reso più resiliente, anche per i lavoratori anziani, attraverso una combinazione di investimenti, in politiche attive, e riforme. La pandemia ci ha fatto conoscere lo smart working. In alcuni settori, il suo utilizzo potrebbe garantire maggiore flessibilità lavorativa ai lavoratori anziani e minori costi alle imprese. Tuttavia, per uno smart working che vada oltre l’emergenza, bisogna investire in dotazioni informatiche e in formazione tecnica e organizzativa. Ulteriori investimenti per il reskilling soprattutto di quei lavoratori anziani che vorrebbero continuare a lavorare produttivamente sono necessari ampliando il percorso iniziato dal Bonus Formazione 4.0.

Dal lato delle riforme bisognerebbe ritornare allo spirito originario della riforma Dini consentendo il pensionamento già a 64 anni, anche indipendentemente dagli anni contributivi, ma calcolando la pensione interamente con il metodo contributivo. Diversamente da Quota 100 (o 102), ma analogamente a Opzione Donna, ciò comporterebbe una riduzione della pensione attorno al 5-6% per ogni anno di anticipo. Questo taglio potrebbe essere evitato per alcune categorie di lavoratori in difficoltà, come già avviene oggi con l’Ape sociale. In altre circostanze, la riduzione delle pensioni potrebbe essere parzialmente compensata dalle imprese, che negli ultimi anni, in concertazione con i sindacati, hanno fatto uso di strumenti onerosi per modificare la struttura per età della loro forza lavoro.

Il futuro dei giovani italiani dipende in gran parte dalla crescita economica del nostro Paese. Ma un primo passo per non ipotecarlo – ulteriormente – è aumentare l’equità intergenerazionale del nostro ingombrante sistema pensionistico.

Ciò vuol dire che finalmente si parte dall’“apriscatole”.

Devo a questo punto al lettore una spiegazione. Molti mesi fa, mi si perdoni l’autocitazione, ricordai in questa rubrica una vecchia storiella ironica sugli economisti. La storiella riguarda «il solito naufragio su un’isola deserta di un ingegnere, un chimico e un economista che si trovano affamati davanti a scatolette di carne salvate e quindi si interrogano su come aprirle. Dopo aver ascoltato l’ingegnere e il chimico avanzare le loro proposte sulla base delle loro competenze, l’economista dice: “assumiamo” di avere un apriscatole». La storiella serviva per evidenziare l’abitudine di scrivere norme e decreti, decidere procedure, imporre autorizzazioni, approvare piani, programmi e progetti pubblici o sostegni a investimenti privati, solo “assumendo” di avere l’apriscatole, cioè le risorse umane e materiali con le quali tutto ciò che viene deciso e pianificato diventa attuabile. Quel che è normale in un’impresa privata, cioè attribuire a ogni progetto le risorse umane adeguate, spesso non lo è nell’amministrazione pubblica, dove si assume che avendo quest’ultima un’organizzazione ampia e stabile, o meglio “permanente” con dipendenti essenzialmente a vita, essa debba essere per definizione multitasking. Si presume, di conseguenza, che ci siano sempre le risorse e gli uffici per assolvere a ogni sorta di compiti. Invece così non è, perché sempre di più una parte dell’attività dell’amministrazione pubblica si compone di compiti specifici e mutevoli che riguardano azioni complesse e strettamente interconnesse con il funzionamento delle attività private delle famiglie e delle imprese. Possiamo dire che l’azione privata e pubblica appartengono in misura crescente alla stessa catena produttiva.

Questo problema è destinato a diventare esplosivo in un periodo in cui in Italia dovrà attuarsi, in pochi anni, un gigantesco piano di investimenti pubblici, per di più di tipo innovativo, cioè destinato a cambiare, tramite l’innovazione scientifica e tecnologica, la struttura produttiva del Paese. Questo è lo scopo dichiarato del Next Generation Eu. In metafora, una montagna di scatolette di ogni forma e dimensione per ognuna delle quali serve un “apriscatole” adatto. Ecco perché è stato importante partire subito dall’amministrazione pubblica e coinvolgere i sindacati nell’impresa di cambiare le modalità di costruzione, oltre che il modo di operare, della Pa. Si parte da maggiori risorse ma, da quel che appare dalle linee programmatiche del ministero competente fino a oggi rese note, si dovrebbe cambiare il modo di utilizzarle: favorire l’esodo di chi si sente di uscire a fronte dei nuovi compiti e della necessaria transizione tecnologica anche nel pubblico e ricorso massiccio a nuove assunzioni, possibilmente non generaliste, ma in parte importante specialistiche. In particolare assunzione di giovani, perché l’età media degli occupati nella pubblica amministrazione è alta in modo anomalo a causa del lungo blocco del turnover. Ma assunzione di giovani non perché tali, ma perché portatori di livelli di istruzione e di istruzione tecnico-specialistica nei vari settori (il che non vuol dire solo esperti nelle materie Stem, ma anche in quelle umanistiche). Il fine è l’attrazione di giovani talenti nella Pa. Non è un compito facile, perché significa, ad esempio, rompere con la prassi di assumere prima e decidere dopo la collocazione dei nuovi assunti, ma al contrario individuare i compiti specifici e trovare quindi le competenze specifiche, che peraltro non è detto che servano a vita. Ciò implica l’apertura alla possibilità estesa di assunzioni competitive a tempo.

Il compito di riformare la pubblica amministrazione è “programma vasto”. Per sperimentare il nuovo corso si potrebbe partire, quindi, proprio dalle concrete esigenze di accompagnamento dei programmi del Pnrr nei vari settori, individuando nella catena produttiva di ogni specifico programma e progetto di investimento quei passaggi che attengono alla pubblica amministrazione e controllando se vi siano gli uffici e le risorse umane e materiali per attuare quei passaggi nel modo più rapido, efficiente e rigoroso. Alcuni di questi passaggi possono richiedere impieghi temporanei, e quindi finanziabili nell’ambito del Pnrr, altri possono essere considerati non temporanei. Questo sarebbe il modo migliore, e sperimentale, per ricostituire quella capacità tecnica dentro la pubblica amministrazione che è stata progressivamente distrutta nella corsa, non sempre ben ponderata, all’outsourcing. A volte non serve cambiare le procedure in astratto, ma avere le persone giuste e in quantità adeguata nel posto giusto. Vorrei ricordare che la cosiddetta “paura di firma” non dipende solo da una legislazione penalizzante il sempre possibile errore del dirigente pubblico, errore peraltro più probabile quando si vuole innovare, ma anche dal fatto che l’amministratore che deve apporre la firma non ha più strutture tecniche pubbliche, e quindi neutrali, a cui appoggiare le proprie decisioni su progetti che richiedono complesse valutazioni tecniche. Si dovrebbe ricordare che anche per richiedere all’esterno della Pa un aiuto tecnico è necessario avere una capacità tecnica propria, altrimenti si rischia di essere catturati oppure, appunto, si fugge dalla firma. È paradossale che ci sia una corsa alle task force da parte dei decisori politici a causa di questa carenza, mentre i dirigenti pubblici, che hanno spesso più responsabilità amministrativa, siano di fatto costretti a operare senza adeguato supporto tecnico.

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