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Pensioni, spesa record nel 2020: è pari al 17% del Pil. Che impatto avrà sulla revisione di quota 100

La Ragioneria generale calcola le ricadute sul sistema pensionistico degli effetti della pandemia e delle uscite anticipate volute dal “Conte-1”: nei prossimi dieci anni uno scostamento dello 0,8% del Pil

di Davide Colombo e Marco Rogari

Fornero: nei numeri le false promesse di Quota 100

La Ragioneria generale calcola le ricadute sul sistema pensionistico degli effetti della pandemia e delle uscite anticipate volute dal “Conte-1”: nei prossimi dieci anni uno scostamento dello 0,8% del Pil


3' di lettura

Un arretramento dell'economia nazionale di quasi dieci punti in un solo anno lascerà impronte durature sulle curve della spesa pensionistica e socio-sanitaria. Di quanto lo prova a stimare la Ragioneria generale dello Stato nel consueto Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo, che quest'anno arriva alla vigilia della Nota di aggiornamento al Def.

Il picco al 17% del Pil

Il picco del 2020 segna una spesa per pensioni pari al 17% del Pil, nuovo record di sempre, mentre nel decennio a venire lo scostamento rispetto alle previsione dell'anno scorso, dovuto agli effetti della crisi per la pandemia ma anche della sperimentazione triennale di Quota 100, è in rialzo dello 0,8%. La spesa correrà sopra il 16% fino alla vigilia del 2050 per poi scendere attorno al 13% al termine del periodo di previsione (2070) per via dell'esaurirsi delle pensioni dei baby boomers.

Al posto della famosa “gobba”, una volta attesa dal 2025 in poi, ora abbiamo un “plateau” lungo perlomeno trent'anni, secondo il nuovo scenario nazionale base, che prevede una crescita del Pil in termini reali dell'1,1 annuo per l'intero periodo di stima. A cambiare, in peggio, queste traiettorie ci avevano già pensato la doppia recessione che ha colpito l'economia nazionale tra il 2008 e il 2013, portando la spesa di 2,5 punti sopra i livelli del 2007. Dati che faranno da sfondo al prossimo round tra governo e sindacati sugli interventi da adottare dal 2022 per il “dopo-Quota 100”. L'incontro originariamente in calendario il 25 settembre è stato rimandato in extremis a causa della quarantena della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo e di altri membri del ministero.

Le ipotesi sul tavolo

Le varie ipotesi sul tavolo, compresa quella di una soglia minima di uscita differenziata (a 62 ,o 63 anni d'età per i “lavoratori impegnati in attività gravose” e a 64 , o 63, per tutti gli altri ma con penalizzazioni più robuste) dovranno comunque fare i conti con le indicazioni della Rgs. Mai come quest'anno il Rapporto della Ragioneria è fitto di simulazioni su scenari alternativi più o meno avversi, nel rispetto di una metodologia condivisa con il Gruppo di lavoro sull'invecchiamento demografico del Comitato di politica economica del Consiglio Ecofin. Ma non mancano indicazioni immediate sul costo delle policy più recenti. “Quota 100”, per esempio, contribuirà alla crescita della spesa fino al 2029, anche se la sperimentazione si chiuderà l'anno prossimo.

L’analisi della Ragioneria

Il Governo com'è noto ha deciso che nel 2022 cambieranno le regole per i pensionamenti anticipati ma la Ragioneria offre un'analisi controfattuale per quantificare i costi di un'eventuale conferma, a regime, non solo di “Quota 100” ma anche del congelamento a 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne) del requisito di pensionamento con la sola anzianità contributiva. Ebbene nel caso i pensionamenti con 62 anni e 38 di contributi minimi fossero resi permanenti la spesa si collocherebbe al 17% del Pil nel 2032, ovvero dieci anni prima delle nuove previsioni post-Covid-19, ovvero su valori di cinque punti superiori rispetto allo scenario a legislazione vigente: la spesa crescerebbe di dieci punti fino al 2043 per poi recuperarne quattro negli anni successivi. L'abolizione permanente degli adeguamenti automatici di requisiti per il pensionamento con la sola anzianità contributiva (ora prevista solo fino al 2026) costerebbe altri 6,5 punti percentuali.

L’aumento della spesa

Se entrambe le misure fossero mantenute in via permanente i maggiori oneri cumulati sull'intero periodo di previsione sarebbe di 10,8 punti di Pil (12,3 fino al 2044). La sostenibilità della spesa è garantita dal metodo di calcolo contributivo e dagli adeguamenti biennali (dal 2021 in poi) dei coefficienti di trasformazione, e si riflette nei tassi di sostituzione in calo delle pensioni future (il tasso netto scende dall'81,5% del 2020 per un pensionato di 67 anni al 67,2% del 2040 per un pensionato di 65 anni e 8 mesi).

Ma se dagli scenari generali si scende alle analisi micro, qualche dubbio sorge su altri equilibri di sistema. Per esempio, i pensionamenti previsti nel pubblico impiego faranno salire un punto secco la spesa tra il 2020 e il 2024 (dal 3,6% al 4,6%) mentre la spesa per le pensioni dei lavoratori privati dopo il picco di quest'anno è data in flessione fino al 2029. Le pensioni del pubblico impiego passeranno dai 2,8 milioni del 2010 ai circa 3,5 milioni del 2034. Mentre l'analisi per coorte mostra come il sistema di indicizzazione continua a compensare di più le vecchie pensioni a calcolo retributivo rispetto alle nuove pensioni. Un riequilibrio è previsto ma nel medio-lungo periodo: un pensionato della coorte 61-70 anni quest'anno prende una pensione media diretta pari al 84,9% del Pil procapite, mentre un pensionato della fascia 71-80 anni si ferma al 67,2%. Solo tra dieci anni i rapporti si allineeranno attorno al 66-67%.


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    Marco Rogarivicecaporedattore

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: italiano, francese

    Argomenti: conti pubblici, previdenza, politiche del welfare, pubblica amministrazione, attività parlamentare

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    Davide Colomboredattore esperto

    Luogo: Roma

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