le riforme del sistema

Pensioni, lo strano caso del sistema contributivo all’italiana

di Sandro Gronchi

3' di lettura

Le riforme contributive nord Europee - soprattutto quella Svedese che è stata il faro per le altre - hanno avuto tempi di incubazione lunghi, motivati non da incertezze politiche o lungaggini legislative, bensì dalla individuazione dei complessi tecnicismi con cui il nuovo sistema doveva raggiungere i suoi ‘fini costituenti' che sono: 1) la ‘corrispettività', cioè l'equivalenza individuale fra la prestazione goduta e la contribuzione versata; 2) la ‘sostenibilità', cioè il pareggio tendenziale fra la spesa pensionistica e il gettito contributivo; 3) la ‘flessibilità', cioè la possibilità di scegliere liberamente quando andare in pensione in un intervallo di età prestabilito.

Tutti e tre sono semplici da capire oltre che accattivanti, cioè in grado di riscuotere consenso sociale, ma alla semplicità degli obiettivi si contrappone la complessità degli strumenti.

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Confronto Svezia-Italia
Armata delle competenze e delle professionalità necesarie, la Pension Commission svedese lavorò ininterrottamente dal 1994 al 1997, quando il suo lavoro tecnico potè diventare legge senza alcuna modifica o compromesso. Era stata insediata all'indomani della legge quadro con cui il Parlamento aveva approvato gli obiettivi strategici sopra ricordati, al termine di un dibattito cominciato nel 1992.

La riforma contributiva Italiana precede di due anni quella svedese. Fu opera, nel 1995, del governo, sia tecnico che di scopo, presieduto da Lamberto Dini. Non potendo tornare sulle orme del primo Governo Berlusconi, ‘inciampato' sull'ipotesi di riforma cui aveva lavorato la ‘Commissione Castellino', il Governo Dini finì per ‘orientare la barca' verso le nuove idee che, anche dalle colonne di questo giornale, venivano all'epoca proposte. In tempi di concertazione, fu preventivamente chiesto l'assenso del Sindacato, che arrivò dopo un sofferto conclave. In realtà, la risposta fu ancor più confusa della domanda, ma ‘a voce' fu spiegato che era positiva.

Proposte «politicamente inopportune»
Fu quindi istituito un tavolo tecnico cui allo scrivente fu chiesto di partecipare. Sollecitato dalle forze politiche che volevano tornare presto alle urne in uno scenario sgombro dallo spettro delle pensioni, il ‘progetto contributivo' fu predisposto in poche settimane, ma la sua qualità risultò commisurata al tempo impiegato. Le raccomandazioni dello scrivente furono spesso giudicate ‘politicamente inopportune' o ‘difficili da spiegare'. Eppure tutte, nessuna esclusa, divennero parti fondamentali della riforma svedese.

Nei 23 anni da allora trascorsi, le pensioni italiane hanno subito 25 provvedimenti. I più importanti hanno riguardato i requisiti anagrafico contributivi per l'accesso alla pensione. Non sono mancati i ripensamenti, cui si aggiungeranno il ritorno alle quote e il rilancio della pensione d'anzianità, entrambi programmati dal nuovo governo benché estranei alla logica contributiva. Nessun intervento è stato fatto per emendare gli errori e colmare le lacune del “95, ancora una volta recentemente ricordati su questo giornale. Gli uni e le altre continuano a configurare uno schema contributivo sui generis, profondamente diverso da quello svedese che la letteratuta scientifica internazionale assume a modello.

Le prossime riforme
La estenuante gradualità della riforma contributiva ha finora evitato conseguenze negative, ma le cose stanno cambiando perché la gran parte dei lavoratori senior, esclusi dalla riforma stessa, sono ormai in pensione, mentre i pochi restanti sono stati tardivamente inclusi dalla Legge Fornero. Insomma, la ‘macchina contributiva' è in procinto di ‘accendere i motori' per governare parti crescenti della spesa pensionistica. La correzione degli strumenti non dovrebbe prescindere dal riesame degli obiettivi. Infatti, per le anomale circostanze sopra ricordate, nel 1995 mancò perfino il tempo per un dibattito sulla natura e i principi del modello contributivo, spesso miseramente bollato come un marchingegno per tagliare le pensioni. Tutto cio non è incluso nell'agenda del nuovo governo, né ha mai minimamente interessato i governi precedenti.

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