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Pensioni, con il “superbonus” per chi resta al lavoro l’assegno previdenziale resta leggero per sempre

Il governo aveva annunciato un bonus del 10% per incentivare il rinvio delle uscite una volta raggiunti i requisiti per il pensionamento anticipato con Quota 103. Ma le ultime bozze della manovra aprono la strada a un superbonus del 33%. Allo stesso tempo però l’importo della pensione rimarrebbe bloccato per sempre, rivalutazione esclusa, al livello maturato al momento della decisione del posticipo

di Marco Rogari

(Ansa)

3' di lettura

Le bozze del testo della manovra, come da tradizione, si susseguono senza soluzione di continuità. In attesa del testo finale, che chiarirà tutti i dubbi in sospeso, per molti lavoratori a un passo dai nuovi requisiti per l'uscita anticipata con Quota 103, ovvero con 41 anni di contributi e 62 anni d'età, già si prospetta un difficile bivio: optare nel 2023, al momento della maturazione dei requisiti per il pensionamento anticipato, per uno stipendio più pesante facendolo salire per qualche anno di una quota, che secondo la configurazione provvisoria del disegno di legge di bilancio, sarebbe pari al 33%, ma sulla quale andrebbe naturalmente poi versata l'Irpef; oppure rinunciare al superbonus per evitare di trovarsi a gestire la “vecchiaia” con un assegno pensionistico troppo leggero.

Una scelta difficile. Anche perché il ricorso al nuovo bonus Maroni (magari già a 62 anni d'età) lascerebbe fermo per sempre, al netto della rivalutazione al caro vita, l'importo della pensione sostanzialmente maturata al momento della decisione del posticipo: ad esempio, il coefficiente di trasformazione, che è decisivo per il calcolo del trattamento, non potrebbe che avere una fisionomia “penalizzata”. In altre parole, i lavoratori si troveranno a fare i conti con un dubbio amletico: stipendio più pesante per qualche anno o pensione più robusta per sempre. E i potenziali vantaggi sulla retribuzione di un rinvio potrebbero anche rivelarsi non superiori agli svantaggi di una pensione “bloccata” troppo presto.

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Il nuovo superbonus Maroni

Al momento del varo della manovra il governo Meloni aveva annunciato l'introduzione di un bonus del 10%, facendo leva su una parziale decontribuzione, per incentivare nel 2023 il rinvio del pensionamento anticipato con i nuovi requisiti del mix Quota 41 e 62 anni d'età (di fatto Quota 103). Ma la versione della misura contenuta nelle ultime bozze del Ddl di bilancio apre la strada a un superbonus del 33% (decontribuzione totale) molto più vicino a quello ideato quasi 20 anni fa da Roberto Maroni quando era alla guida del ministero del Lavoro. L'equivalente degli obblighi contributivi a carico del datore e del lavoratore dipendente (il 33% appunto) verrebbero interamente riversati sulla busta paga di quest'ultimo.

Naturalmente anche su questa fetta di retribuzione ci sarebbe da versare poi l'Irpef perché il super-incentivo non sarebbe defiscalizzato. L'importo della pensione rimarrebbe però bloccato per sempre al livello maturato al momento della scelta del posticipo.

Resta da vedere se nel testo finale della manovra sarà confermato questo tipo di intervento o se rispunterà l'annunciato bonus del 10%. In ogni caso il bonus non sarà automatico: a chiederlo dovrebbero essere espressamente i lavoratori. Anche se le modalità di funzionamento e per la richiesta dovrebbero essere fissate da uno specifico decreto del ministero del Lavoro d'intesa con quello dell'Economia.

I “potenziali” aumenti in busta paga: più robusti per i redditi elevati

Con un reddito lordo di 15mila euro l'anno il bonus si tradurrebbe nello stipendio in un aumento lordo annuo di circa 3.670 euro (poco più di 280 euro netti al mese). E, con questo schema, a beneficiare maggiormente dell'incentivo sarebbero i redditi più elevati: a 25mila euro lordi l'anno il bonus lordo sarebbe di 8.250 euro (poco meno di 460 euro netti al mese), a 35mila euro lordi salirebbe a 11.550 euro lordi l'anno (circa 550 euro netti al mese) e a 50mila euro lordi il bonus sarebbe di 16.500 euro annui, sempre al lordo (quasi 690 euro netti al mese).

La pensione “bloccata” e di fatto penalizzata per sempre

Il rinvio dell’uscita anticipata con i requisiti di Quota 103 bloccherebbe di fatto in modo automatico il livello della pensione. L’importo dell'assegno pensionistico rimarrebbe ancorato a quello raggiunto al momento della decisione del posticipo. Di fatto una pensione bloccata per sempre, al netto degli effetti della rivalutazione al caro-vita, che verrebbe ovviamente garantita. La norma contenuta nelle bozze della manovra parla chiaro: «all’atto del pensionamento il trattamento liquidato a favore del lavoratore che abbia esercitato» la facoltà di posticipare l'uscita dal lavoro pur se in possesso dei requisiti minimi per l'accesso al pensionamento anticipato «è pari a quello che sarebbe spettato alla data della prima scadenza utile per il pensionamento prevista dalla normativa vigente e successiva alla data dell’esercizio della predetta facoltà, sulla base dell’anzianità contributiva maturata alla data della medesima scadenza». Tutto resterebbe insomma cristallizzato, compreso il coefficiente.


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