ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùProposta Civ Inps

Pensioni, taglio del 3% della quota retributiva per ogni anno di anticipo sulla vecchiaia

Arriva sul tavolo del confronto per riformare la previdenza un “contributo” allegato alla relazione di fine mandato del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell'Inps

di Marco Rogari

Pensioni, Landini: "Confronto vero non come sul fisco"

3' di lettura

Permettere, a partire da una certa età, il pensionamento con un taglio intorno al 3% della quota retributiva dell'assegno per ogni anno d'anticipo rispetto alla soglia di vecchiaia. È l'ultima proposta in ordine cronologico che, pur ricalcando sostanzialmente una opzione molto simile già circolata nei mesi scorsi, arriva sul tavolo del confronto sulla nuova riforma previdenziale. A formularla è Michele Reitano, membro della Commissione tecnica istituita dal ministero del Lavoro per studiare la questione della separazione dell'assistenza dalla previdenza, che suggerisce anche una tutela previdenziale per tutte le categorie di lavoratori più fragili.

L'indicazione è contenuta nella relazione di fine mandato del Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell'Inps in forma di valutazione “esperta” sul tema delle prestazioni previdenziali. E dai dati che si susseguono nel report finale del Civ Inps, guidato da Guglielmo Loy, emerge, tra l'altro, che al 30 settembre 2021 risultavano liquidati poco più di 355mila trattamenti con Quota 100 (e solo l'8,3% di quelli erogati nel 2021 presentava un importo inferiore ai mille euro lordi al mese) per un costo fino a quel momento di 19,5 miliardi, pari a meno della metà del fabbisogno complessivo di oltre 46 miliardi previsto dal decreto legge istitutivo di inizio 2019 dei pensionamenti con almeno 62 anni d'età e 38 di contributi, e anche dei 41,3 miliardi stimati l'anno successivo, dopo gli “aggiornamenti” operati dal Mef, dall'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb).

Loading...

Stop alle troppe misure eterogenee per le uscite anticipate

Il contributo del professor Reitano, che è “aggregato” alla relazione di fine mandato del Civ Inps, parte dal presupposto che i dati contenuti nel report «smentiscono chiaramente la retorica di chi ritiene ancora limitata l'età di ritiro in Italia grazie alle presunte troppe scappatoie che verrebbero offerte dalla nostra disciplina pensionistica». Sulla base delle elaborazioni del Civ Inps, Reitano afferma che «prendendo a riferimento unicamente le pensioni anticipate e di vecchiaia l'età di ritiro fra i dipendenti privati è attualmente pari a 64,1 e 63,2 anni, rispettivamente fra donne e uomini. Valori non dissimili (63,9 e 63,5 per donne e uomini) si osservano nel pubblico impiego, mentre l'età di pensionamento effettiva è lievemente più elevata (64,8 e 64,0) nelle gestioni autonome Inps». Nel contributo si prendono in considerazione tutte le possibilità d'uscita offerte attualmente dalle regole in vigore (dall'Ape sociale e da Opzione donna fino a Quota 100, che dal 1° gennaio 2022 è salita a Quota 102) sottolineando che si tratta di «un insieme di misure eterogenee – e talvolta non particolarmente chiaro nei criteri ispiratori – nella definizione della platea dei beneficiari e incapace di risolvere in modo permanente il problema di come offrire un'opzione di scelta a chi volesse ritirarsi prima di aver raggiunto i requisiti elevati (e crescenti nel tempo) stabiliti dalle riforme del 2009-2011, senza al contempo aggravare i conti pubblici».

Flessibilità con penalizzazioni del 3% l’anno sulla quota retributiva

Nella proposta si evidenzia l'opportunità di sfruttare le potenzialità offerte dal passaggio verso lo schema di calcolo contributivo. E la strada indicata è quella di consentire, partendo da una età minima (che però non viene indicata), l'uscita anticipata «subendo una riduzione della quota retributiva della pensione (ad esempio, intorno al 3% per ogni anno di anticipo rispetto all'età legale) che compensi, in modo attuarialmente equo, il vantaggio della sua percezione per un numero maggiore di anni». Anche perché una misura di questo tipo, se ben definita, «offrirebbe un'opportunità in più a tutti i lavoratori», indipendentemente dalla loro carriera pregressa e senza troppi problemi per i conti pubblici nel lungo periodo.

Sono 3,5 milioni i titolari di Reddito di cittadinanza e assegni sociali per un costo di 11,3 miliardi

Dal dossier del Civ Inps, che comprende la rendicontazione sociale 2017-2021, emerge che nel 2021 erano 3,47 milioni (quasi 470mila in più rispetto all'anno precedente) i beneficiari di prestazioni d'inclusione di natura assistenziale: Reddito e pensione di cittadinanza; Reddito d'emergenza, pensioni e assegni sociali; carta acquisti. Nel 2020 l'Inps ha erogato trattamenti di questo tipo per oltre 11,3 miliardi, con una crescita di circa 2,2 miliardi rispetto all'anno precedente. Un'impennata evidente dovuta anche all'esplosione della pandemia.

Nel 2020 a quota 3,1 milioni i trattamenti di invalidità

Dalla fotografia scattata dal Civ Inps emergono anche i trattamenti di invalidità che nel 2020 hanno toccato quota 3,17 milioni, di cui 2,16 milioni sotto forma di indennità e poco più di un milione come pensioni vere e proprie. A guidare la classifica delle Regioni con una maggiore incidenza di trattamenti d'invalidità sulla popolazione residente è la Calabria (8,9), seguita dalla Sardegna (7,8).

La montagna del contenzioso Inps

Il Civ dell'Inps considera non ancora pienamente recepito l'allarme lanciato sul contenzioso amministrativo e giudiziario con cui deve fare i contri l'ente. Nel 2019 le spese legali sostenute dall'Istituto per recupero crediti contributivi, oltre a quelle legate al patrimonio immobiliare e ad altre voci, ha raggiunto i 231,5 milioni. E “l'assestato” 2020 indica 253,4 milioni di euro.


Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti