globalizzazione

Peperoncini made in Italy sconfitti dalla concorrenza cinese a prezzi stracciati

Coltivati in Cina, costano un quinto e stanno invadendo il mercato nazionale con standard sanitari - denunciano gli agricoltori Cia - non sempre all’altezza

di Micaela Cappellini

(AdobeStock)

2' di lettura

Simbolo gastronomico del nostro Paese, il peperoncino nazionale è sotto attacco della concorrenza cinese, i cui produttori stanno sbarcando sul nostro mercato con prezzi stracciati, fino a cinque volte meno. La denuncia arriva dagli agricoltori della Cia, preoccupati dal dumping ma anche dagli standard igienico-sanitari che il prodotto made in China non sempre rispetta.

Storicamente, la produzione nazionale di peperoncino non è in grado di soddisfare la domanda delle nostre cucine, tanto che l’Italia ha sempre importato due terzi del fabbisogno dai mercati extra-Ue: Egitto e Turchia in testa, ma appunto anche Cina. Il problema maggiore di questa coltivazione, che nel nostro Paese solo in rari casi è specializzata, è legato ai prezzi, che non sono non concorrenziali rispetto a quelli dei Paesi da cui viene importato. Se in Italia da 10 chili di peperoncino fresco si ottiene 1 chilo di prodotto essiccato, macinato in polvere pura al 100% e commerciabile a 15 euro, l'analogo prodotto dalla Cina ha un costo di soli 3 euro, ed è il risultato di tecniche di raccolta e trasformazione molto grossolane, con le quali la piantina viene interamente triturata compreso picciolo, foglie e radici, con poche garanzie di qualità e requisiti fitosanitari diversi da quelli conformi ai regolamenti europei. La polvere stessa è per sua natura facilmente sofisticabile : è già successo in passato, quando dal Sudan arrivarono partite piene di colorante. E anche quando il peperoncino viene importato fresco o semi-lavorato da Turchia o Egitto, sostiene la Cia, la sua qualità viene compromessa dall'utilizzo di molti conservanti.

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In Italia il peperoncino trova un ambiente ideale di coltivazione, grazie al microclima e alle caratteristiche orografiche del terreno, ma sconta costi di produzione troppo elevati per l’alta incidenza della manodopera. Oggi la produzione si concentra soprattutto in Calabria, dove viene coltivato un quarto di tutto il peperoncino nazionale. «Occorre una maggiore valorizzazione e tutela del prodotto - sostengono dalla Cia - per esempio, la creazione di denominazioni di origine territoriale darebbe al consumatore garanzia di qualità, tracciabilità e salubrità e un valore aggiunto adeguato alla parte produttiva, incentivata ad aumentarne la coltivazione estensiva. Si verrebbe così incontro alla domanda sempre crescente dell'industria alimentare, che produce sughi e salami piccanti, senza dimenticare l'export, con la richiesta per salse e condimenti delle grandi aziende del food, fra le quali spiccano quelle dei Paesi Bassi, che rappresentano attualmente la destinazione del 50% della produzione di peperoncino della Calabria».


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