Intervista a Federico Visentin

«Per agganciare la ripresa serve il cambio di passo dei manager»

Il presidente di Fondazione Cuoa: scuola e impresa devono riprendere
a progettare insieme i percorsi e le competenze acquisite. Ridare dignità alle esperienza di alternanza

di Valeria Zanetti

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4' di lettura

La transizione digitale può aiutare le imprese ad agganciare la ripresa, anche dopo la crisi determinata dalla pandemia. Un ruolo decisivo in questa partita lo gioca l’approccio manageriale come dimostra una ricerca, condotta da Cuoa Business School di Vicenza e dipartimento di Economia aziendale dell’Università di Verona tra il 2019 ed il 2020. Il Cuoa, centro universitario di organizzazione aziendale di Altavilla Vicentina, è tra le più importanti business school italiane, con all’attivo 60 anni di attività formativa rivolta a imprenditori, manager, professionisti e giovani neolaureati. Ha quindi una responsabilità diretta nello stimolare al cambiamento che può contribuire a risollevare l’economia. A sostenerlo è Federico Visentin, classe 63, laurea in Economia aziendale alla Bocconi, presidente ed amministratore delegato dell’impresa di famiglia, Mevis Spa di Rosà, dal 2013 vicepresidente nazionale di Federmeccanica con delega all’Education e dal 2016, presidente di Fondazione Cuoa.

Presidente, cosa è emerso dalla ricerca?
Il piano Industria 4.0 non può limitarsi ad intervenire sui processi produttivi. I nostri imprenditori ne hanno compreso subito il potenziale in termini di competitività: non potendo comprimere il costo del lavoro, hanno accelerato sulla trasformazione dei processi, che implementa la produttività. Ma una parte importante del piano riguarda gli investimenti in formazione. Non basta assumere tecnici in logistica, nell’analisi dei big data, informatici o ingegneri esperti nelle nuove tecnologie. Serve un cambio di passo anche nei manager.

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Ci sono già realtà che hanno impostato la transizione partendo dall’alto?
Ci sono, ma non sono molte. L’indagine ha riguardato un campione di 242 imprese di tutti i comparti - dalla meccanica all’alimentare all’agricoltura - e di tutte le dimensioni. È emerso che il 5% delle best performer in termini di maturità digitale presenta risultati di mercato superiori del 26% e un livello di innovazione superiore del 21% rispetto al restante 95% del campione. Questo perché, governata dall’alto, la transizione digitale è stata resa stabile ed è diventata strutturale.

La pandemia ha reso più urgente intraprendere il cammino verso il 4.0?
Questa necessità è diventata più impellente. Il ruolo di Cuoa quindi ora più che mai è di formare imprenditori e manager all’altezza della sfida. Il nostro intervento è sempre più richiesto, così come quello di altre business school italiane. Se la nostra mission finora è stata di offrire alta formazione soprattutto nel Triveneto in sinergia con gli atenei del territorio, nel 2020 abbiamo sottoscritto quattro convenzioni con il Politecnico di Torino, la Sapienza di Roma, le università di Bari e Palermo, per percorsi tarati sulla domanda locale, fruendo delle competenze specifiche maturate dai rispettivi dipartimenti.

Il Cuoa sta sostenendo in questo periodo difficile la formazione dei giovani?
Il Centro universitario ha 100 soci sostenitori, che versano 5mila euro l’anno. Gran parte di questo importo è stato destinato, nel 2019 ma ancor più nel 2020 a supporto dell’iscrizione di laureati meritevoli, che hanno fruito di borse di studio. L’iniziativa è stata seguita anche dalla Camera di Commercio di Vicenza, che ha stanziato 150mila euro.

Come sta funzionando la formazione a distanza?
Due anni fa avevamo già impostato un modello che prevedeva lezioni frontali ed esperienziali, da remoto o in e-learning. Eravamo pronti, quindi, alla modalità digitale. La presenza tuttavia è altra cosa. L’8 giugno siamo stati i primi a rientrare in aula. Nell’autunno, con le business school italiane abbiamo cercato di convincere lo scorso Governo sulla necessità di riprendere in presenza. Ora ci appelleremo al premier Draghi, che sul tema sembra molto sensibile.

Le aziende non hanno bisogno solo di manager, ma anche di tecnici. Come indirizzare i giovani verso gli Its e come avvicinarli alle imprese?
Come vicepresidente di Federmeccanica, che tra l’altro ha appena siglato il rinnovo del contratto, caratterizzato da impegni importantissimi delle parti sul fronte della formazione, ho lavorato in prima persona per avvicinare i giovani alle imprese. La strada è di investire in modo deciso sull’alternanza scuola lavoro (Visentin nel 2014 ha sviluppato Traineeship, progetto pilota, in accordo con il Miur e in collaborazione con numerose territoriali di Confindustria, ndr), che negli anni è stata privata di risorse e di monte ore. È stato cambiato persino il nome. Invece scuola ed impresa devono riprendere a co-progettare percorsi e a valutare le competenze acquisite insieme, a quattro mani.

Questo avvicinamento può guidare i neo diplomati verso gli Its?
La sfida è importantissima e la sua portata non sfugge al premier Draghi. Il biennio di specializzazione post diploma porta ad un aumento delle competenze deciso, infatti il 90% di chi lo completa trova subito uno sbocco. Una parte delle risorse del Recovery Fund sarà finalizzata a sviluppare questi istituti e a promuoverli perché non sono ancora adeguatamente conosciuti, tra chi termina le superiori.

In futuro saranno più ambiti?
Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada: abbiamo un Governo consapevole della loro importanza, un ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che li conosce e li valorizzerà, arriveranno anche le risorse del Next Generation Ue. Non possiamo non approfittare di tutte queste condizioni favorevoli.

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