LE ASSISE DI CONFINDUSTRIA

Per le aziende la nuova «chiave a stella» si chiama sostenibilità

di Paolo Bricco


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3' di lettura

La sostenibilità è una delle nuove chiavi a stella del capitalismo contemporaneo. Ed è una occasione fondamentale per l’economia italiana. Forse irripetibile. Ed è così per quattro ragioni. Prima di tutto, per la natura specifica della manifattura europea, dunque anche italiana, nella sua dimensione storica e nella sua prospettiva strategica. Quindi, per la sua naturale coerenza con le nuove forme di policy, ormai alla costante ricerca di un punto di equilibrio fra le esigenze di breve termine e i progetti di lunga durata.

Le esigenze di breve termine, che attutiscano le dinamiche di mercato e non di mercato troppo violente e poco rispettose dell’ecosistema sociale ed economico, e i progetti di lunga durata, quelli che definiscono i meccanismi di contemperamento fra la concorrenza e la regolazione. In terza battuta, perché la sostenibilità è funzionale alla elaborazione del nuovo codice in cui l'homo oeconomicus – non importa che sia imprenditore o operaio, impiegato o tecnico – è anche cittadino. E, infine, più prosaicamente, per la collocazione dell’economia italiana all’interno del reticolo – visibile e invisibile – del Big Money, gli investitori internazionali – non più soltanto di matrice anglosassone, ma anche dell’Asia e del Middle East - che sono alla ricerca – ossessiva e puntuale - di nuove opportunità di investimento.

C’è un dato, nella relazione del direttore del Centro Studi Confindustria Luca Paolazzi, che mostra la nostra attuale collocazione in questo reticolo. Le B-Corp, le Benefit Corporation – ossia le imprese che in maniera certificata assorbono e introiettano i valori e le strategie della sostenibilità - sono oggi 2.400 in tutto il mondo: provengono da 50 Paesi e appartengono a 130 settori. La loro crescita è significativa: in quattro anni sono quasi triplicate. Su 2.400, 54 sono italiane. Gli investimenti finanziari in settori e in imprese sostenibili – secondo una stima datata fine 2015 - valgono 23mila miliardi di dollari, un quarto del monte investimenti totale. Questi investimenti sono in forte crescita: due anni prima, valevano il 25% in meno. Il 52,6% di questi finanziamenti finisce in Europa, che con la sua economia matura ha una naturale inclinazione e un naturale interesse a sviluppare le imprese sostenibili. Questo dato del CsC si può incrociare con la tendenza evidenziata dalla Global Sustainable Investment Review 2016: lo stock di denaro investito in Europa è aumentato dell’11,7% rispetto a due anni prima. Adoperando una ottica nazionale, il cerchio si chiude se si pensa che, con le sue 54 B-Corp, l’Italia è il primo Paese europeo. E la prospettiva si completa se si considera la particolare fisionomia dell'Italia: una realtà in cui la società e il mercato – per usare la vecchia, apparente, dicotomia di Fernand Braudel – si sovrappongono, si mescolano, si uniscono.

La compresenza e la sovrapposizione fra l’imprenditore e il cittadino, al di là delle normali contraddizioni proprie di ogni condizione umana e storica, è naturale nell'Italia che, fra commerci e artigianato premanifatturiero, ha le sue origini nella Firenze dei lanaioli e nella Officina Ferrarese descritta da Roberto Longhi. Una Italia che, nelle economie di territorio dei post-distretti e delle medie imprese ultra internazionalizzate del Quarto Capitalismo, appare sospesa fra il locale e il globale, fra la dimensione familiare e i mercati finanziari. Una forma particolare di capitalismo – così distante dal mainstream anglosassone – in cui, come ha ricordato l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs nella testimonianza per la giornata del Centro Studi Confindustria, «non ci si vergogna di fare le cose chiedendosi: “che cosa penserebbe il nonno fondatore?”».

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