il sistema del credito

Per le banche italiane un novembre nero di stress test e conti

di Luca Davi

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(Adobe Stock)


3' di lettura

Dopo un’estate a dir poco calda, l’autunno delle banche italiane si sta rivelando, se possibile, incandescente. Colpa di un quadro politico che sta facendo salire il “termometro” del rischio Italia, come segnala l'ampliamento dello spread tra BTp e Bund. E il guaio ulteriore è che in prospettiva la road map sembra lasciare pochi spazi per prendere ossigeno e stemperare la tensione. L’allarme è stato lanciato anche dal presidente dell’Autorità bancaria europea, Andrea Enria, secondo il quale le banche della zona euro «non hanno fatto abbastanza progressi» per aumentare il capitale destinato ad assorbire le perdite. Un problema sotto i riflettori oggi perché il finanziamento delle banche sul mercato è reso meno facile dalla volatilità e dall’allargamento degli spread. Ed ecco che qui le preoccupazioni riguardano da molto vicino le banche italiane.

L'agenda autunnale si prospetta fitta, fittissima: si partirà venerdì 2 novembre con la pubblicazione dei risultati degli stress test da parte della Banca centrale europea, le simulazioni che mettono alla prova la tenuta dei bilanci bancari in due scenari, uno normale e uno avverso, nel triennio al 2018-2020. Nelle scorse settimane si è concluso un lungo processo di dialogo tra banche e Vigilanza avviato lo scorso maggio. E a breve, a valle del processo di armonizzazione dei risultati a livello europeo da parte della Bce, gli istituti riceveranno gli esiti finali.

Tra le 37 banche europee i cui esiti saranno pubblici ci sono le italiane Intesa Sanpaolo, UniCredit, BancoBpm e Ubi. Le previsioni sono tendenzialmente confortanti, anche perché come già accaduto negli ultimi due esercizi di positivo non è prevista alcuna soglia che possa definire una bocciatura. È chiaro però che qualora emergessero in quella sede - magari alla luce del confronto effettuato su scala europea – eventuali segni di fragilità, per gli investitori ci sarebbero motivi per accanirsi ulteriormente sul comparto, o almeno sulle prede più vulnerabili.

Carige (che pure non dovrà rivelare gli esiti delle prove) è la prima indiziata. Altri soggetti, come BancoBpm ad esempio, sono sotto pressione da settimane. Gli stress test d'altra parte non sono neutri. Eventuali richieste patrimoniali alle banche, sebbene non comunicate ufficialmente, confluiranno nei processi Srep, e in particolare nella guidance di capitale di secondo pilastro, che verranno comunicati per la fine dell'anno.

Come se non bastasse, superata la pubblicazione degli stress test, già ci sarà spazio per il nuovo banco di prova: nella settimana tra il 5 e il 9 novembre tutte le banche italiane alzeranno il velo sui loro conti trimestrali. Difficile farsi illusioni. Il terzo trimestre porterà inevitabilmente con sé i segni del surriscaldamento dello spread, sebbene in misura limitata rispetto a quanto accaduto nel secondo. Se nel secondo trimestre i 106 punti di caro-spread hanno “mangiato” alle banche 36 punti di Cet 1 (circa 3,5 mliliardi dì patrimonio netto), l'allargamento del terzo trimestre potrebbe costare in media 8 punti capitale, secondo le stime di Morgan Stanley.

L'effetto negativo dell'attuale congiuntura di mercato, tuttavia, si sentirà ragionevolmente sui ricavi. Dopo un secondo trimestre in cui le banche hanno mostrato ricavi netti in frenata (da 3,2 miliardi del primo trimestre a 2,4 miliardi), la musica nel terzo trimestre rischia di essere la stessa: complice il loro modello di business, i ricavi delle banche domestiche si stanno rivelando più che correlati alla volatilità del mercato, sia in termini di generazioni di fee che di margine netto di interesse. L'attuale congiuntura sta insomma pesando molto. Se a tutto questo si aggiungono la minore capacità di fare derisking (alla luce di un patrimonio più fragile) e il rischio di un aumento del costo del funding causa spread, si capisce perché le valutazioni di borsa si stiano assottigliando: dal picco raggiunto a maggio, alla vigilia della pubblicazione del contratto giallo-verde, le banche valevano circa il 90% del loro patrimonio tangibile. Oggi questa percentuale è scesa al 60-70%.

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