i dati dell’ispra

Per bonificare i siti industriali servono 30 miliardi: ne sono stati spesi 3

Fino a oggi sono stati spesi 3,1 miliardi. Spesso intervengono lungaggini burocratiche, competenze e ricorsi giudiziari che frenano il risanamento

di Davide Madeddu

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Sito industriale di Porto Marghera (AdobeStock)

Fino a oggi sono stati spesi 3,1 miliardi. Spesso intervengono lungaggini burocratiche, competenze e ricorsi giudiziari che frenano il risanamento


3' di lettura

Dai vecchi siti industriali dismessi alle discariche abbandonate, continuando con falde acquifere e i suoli. È stimata in circa 30 miliardi di euro, oltre tre dei quali già spesi, la partita delle bonifiche ambientali delle aree contaminate (nella maggior parte dei casi da idrocarburi e metalli) presenti nel territorio nazionale e per cui sono in corso dei progetti di risanamento. I programmi però vanno a rilento e molto spesso devono fare i conti con le lungaggini burocratiche e qualche ricorso giudiziario.

«Sino a oggi sono stati spesi 3 miliardi e 148.685 mila euro, provenienti da finanziamenti straordinari, in molti casi però le bonifiche non sono ancora partite - dice Claudio Iannilli, responsabile amianto e bonifiche della Cgil -. L'intera partita vale circa 30 miliardi di euro ma in molti casi deve essere sciolto il nodo relativo a chi deve pagare».

Nei giorni scorsi il Tar della Sardegna ha respinto il ricorso di Eni Rewind contro l'ordinanza della Provincia di Sassari relativa all'intervento di bonifica dell'area di Porto Torres. «Per il momento - aggiunge Iannilli - l'unico posto in Italia dove si è applicato il principio del “chi inquina paga” è Portovesme nel Sulcis».

Quanto alle superfici sparse per l'Italia, si tratta di aree che si estendono per oltre 300mila ettari distribuite in quasi tutte le Regioni. Dalla Sardegna alla Sicilia, continuando con l Veneto, Lazio, Toscana, Campania Liguria e altro ancora. Lo scenario comprende i Siti di interesse nazionale (Sin) estesi per 171.198 ettari, e quelli locali per oltre 100mila ettari. Ai 41 siti Sin se ne devono poi aggiungere, come chiariscono all'Ispra, altri 17, e si tratta di quelli «per i quali la competenza amministrativa è passata dal ministero dell'Ambiente alle Regioni nel 2013».

A leggere i dati dell'Ispra relativi allo stato di avanzamento delle opere e degli interventi di risanamento sui Sin si scopre che il 66% delle aree a terra è stato caratterizzato, mentre solamente il 13% delle aree ha il progetto di bonifica approvato e il 16% delle aree ha il procedimento concluso perché risultate non contaminate o perché con bonifica conclusa.

Il versante dei siti locali conta 31.645 procedimenti di bonifica totali. I procedimenti di bonifica in corso sono 16.516 (52%). Di questi 11811 sono siti da indagare, 1518 siti indagati e 3026 siti con intervento di bonifica approvato. A pesare, in diversi casi, è comunque la burocrazia.

I siti di interesse nazionale e le superfici coinvolte

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«In Campania 4 ex Sin, di estensione complessiva maggiore di un settimo dell'intero territorio regionale - dice Federico Araneo che con la collega Eugenia Bartolucci lavora all' Area per la caratterizzazione e la protezione dei suoli e per i siti contaminati dell'Ispra - sono diventati di competenza regionale. Per tale motivo la Regione ha ereditato ben 2.900 procedimenti aperti non a seguito di eventi potenzialmente contaminanti ma solo per motivi amministrativi. Molti di questi potrebbero non costituire un'emergenza ambientale e la Regione è impegnata nell'individuare quali di queste aree necessiti realmente di interventi di bonifica».

A puntare l'attenzione sui ritardi che riguardano le bonifiche e quindi l'avvio e conclusione degli interventi di risanamento è Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. «Sui siti di interesse nazionale la situazione è in stallo e si procede in maniera lenta e difforme in tutto il territorio». Minutolo ricorda che «il ministero dell'Ambiente pubblica uno stato di avanzamento. Ebbene se si confronta l'ultimo con quello di 4 anni fa si scopre che le differenze sono minime. Tutto è rimasto inchiodato a qualche anno fa. E il problema è che più passa il tempo più chi ha inquinato riesce a non pagare».

Il dossier del ministero dell'Ambiente con lo stato di avanzamento dei lavori

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C'è poi l'aspetto dei costi. «La stima per il risanamento delle aree contaminate, che molto spesso è legato ad attività risalenti al primo dopoguerra o comunque ad almeno quarant'anni fa - argomenta - si aggira intorno ai 30 miliardi. Cifra che lievita se si considera oltre all'aspetto ambientale quello sanitario».

Per Lanfranco Polverino, fondatore dell'osservatorio permanente sulle bonifiche ambientali della Filctem, le aree contaminate possono trasformarsi in un'opportunità. «È vero che in questi due anni non è cambiato nulla e che il lockdown ha spostato l'attenzione su altre priorità, ma risanare le aree contaminate ha una doppia valenza: sia perché si crea lavoro con le opere di bonifica sia perché a lavori ultimati si creano le condizioni per nuove attività. Turistiche o imprenditoriali».

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