l’analisi

Per la Capitale il piano strategico è urgente, lo spreco di produttività rallenta tutta l’Italia

di Lorenzo Bellicini


3' di lettura

Negli anni 2000 la produttività del sistema Italia. Nel mondo la spinta alla crescita è venuta da un un chiaro “ritorno alla città”, luoghi di concentrazione di lavoro, innovazione e produttività. La competizione negli anni 2000 è tornata a essere una questione urbana (e la parentesi della pandemia non sarà in grado di arrestare questo carattere).

Le città italiane nella competizione con le altre città, anche solo europee, hanno segnato il passo (con la parziale eccezione di Milano) e soprattutto Roma, per le sue potenzialità, rappresentia la principale occasione mancata del Paese. Per la sua storia, per la sua grande bellezza e per alcune importanti caratteristiche socio-economiche che sorprendentemente reggono, Roma rappresenta un brand molto conosciuto a livello internazionale che sta stretto nella monofunzionalità turistica. Lo spreco che oggi la città esprime sta nella qualità della vita e nelle opportunità di lavoro che potrebbe offrire pienamente e che non offre a causa di alcune importanti criticità da un lato e di una visione strategica assente su che cosa fare dall’altro.

Il ritardo è descritto dalle dimensioni degli investimenti messi in atto nelle altre città europee e dai vari Global City Indexes che a livello internazionale misurano le città con parametri sempre più complessi quali gli indicatori di sostenibilità, resilienza, digitalizzazione, attrattività. La competizione si gioca su un piano che potremo definire “advanced”. Il recentissimo studio del Cresme realizzato per Inarch Lazio, “Roma 2040” (si veda Il Sole 24 Ore del 12 luglio) mette a confronto la Capitale con 273 altre aree urbane europee e 43 aree metropolitane con oltre 1,5 milioni di abitanti e la colloca al 168° posto nella classifica generale e al 38° in quella delle città maggiori, al 231°  per percentuale di laureati, al 181° per numero di brevetti pro-capite, al 22° per disoccupazione giovanile. E pensare che Roma è la quinta area urbana per popolazione in Europa e la settima per valore aggiunto.

Ma Roma appare debole non solo sugli indicatori “advanced”, ambiti dove si gioca la vera competizione oggi, ma, come sanno i romani, la città è molto debole anche su quelli ‘basic', come i rifiuti, la manutenzione di strade, piazze e edifici, la mobilità e i mezzi pubblici; per non dire dell'efficienza del processo decisionale dell’amministrazione. Ma forse il principale problema di Roma oggi sta nella mancanza di un progetto di futuro, determinato dalla paura del fare, dell'investire, quasi che la visione del futuro fosse quella dell’assenza di trasformazione, della rinuncia alle sfide che vengono poste.

Una strategia dello struzzo si potrebbe dire, mentre le sfide cui siamo chiamati sono, su vari piani, ‘rivoluzionarie' e richiedono un gioco d’attacco. I temi su cui riflettere in termini strategici sarebbero molti: il Cresme nello studio ne ha proposti quattro: l’area metropolitana che fa da corona alla capitale è per dimensioni da sola la quarta area demografica del paese e vanta quasi 400mila addetti ma non certo una infrastrutturazione adeguata; il sistema ferroviario a raggiera e i chilometri di ferrovia all'interno dell’area metropolitana sono, come progettato in passato, un ambito di investimenti in grado di ridisegnare flussi e mobilità del territorio; mare, fiumi, laghi, acquedotti fanno di Roma una città d’acqua senza un progetto; sono possibili nuovi interventi di rigenerazione urbana in partenariato pubblico e privato che interessino aree dismesse o critiche. Progetto per il futuro e, in conseguenza, un piano ambizioso di investimenti per la città, anche alla luce delle risorse che si stanno rendendo disponibili -o già sono disponibili- è la prima cosa da fare: potrebbe essere il vero oggetto dell’appuntamento elettorale che la città si appresta a vivere.

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