Interventi

Per le compagnie l’incubo del terrorismo

di Leonardo Bellodi

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(REUTERS)


4' di lettura

Il crollo del prezzo del barile non è il solo problema che le international oil companies dovranno affrontare nei prossimi mesi.

Ci vorrà infatti parecchio tempo per uscire dalla crisi economica provocata dal Coronavirus e più questo periodo sarà lungo più forti saranno le voci di dissenso che si leveranno nei confronti dei governi centrali, delle misure economiche intraprese, delle restrizioni imposte alle libertà civili. E ciò è ancora più vero per i Paesi del Medio Oriente, del Nord Africa, dell’Africa subsahariana. Paesi rentier che vedono il loro bilancio statale quasi completamente dipendente dalle vendite di petrolio e gas e che grazie a esse elargiscono sussidi diretti (stipendi per esempio) o indiretti (prezzi della benzina) ai propri cittadini. Sussidi che potrebbero non essere più in grado di assicurare.

Alcuni organismi di intelligence di oltreoceano ritengono che il conseguente disagio sociale possa fomentare fenomeni di terrorismo in queste regioni del mondo e che a farne le spese potrebbero essere proprio le compagnie petrolifere internazionali da sempre considerate dai gruppi estremisti come contigue al governo in carica e sfruttatrici delle risorse naturali ai danni del popolo.

Se i leader dei movimenti terroristici si ispirano a motivi religiosi, i loro seguaci spesso sono mossi da bisogni economici. E maggiori sono le difficoltà economiche, più grande è il bacino al quale possono attingere per reclutare i propri adepti.

Alcune settimane fa, un attacco di terroristi islamici ha fatto decine di morti a Cabo Delgado, una regione nel nord del Mozambico, Paese dove opera anche Eni, che è destinato a diventare il secondo esportatore al mondo di Lng, il gas naturale liquefatto. Ma è anche un Paese estremamente povero che non trova pace dal punto di vista sociale ed economico.

Stefanie Amadeo, la Direttrice per l’Africa subsahariana del Dipartimento di Stato Usa si è detta molto preoccupata per la presenza del terrorismo islamico nella regione. Exxon Mobil e Total hanno richiesto al governo di incrementare le misure di sicurezza. Attualmente sono 500 i militari impiegati nella protezione delle installazioni. Pochi e male addestrati tant’è che in passato il governo ha chiesto prima l’aiuto della Frontier Service Group di Erik Prince (il fondatore di Blackwater, società poi dissolta) e poi della società russa Wagner (che opera anche in Libia). In Mozambico (e in altre regioni dell’Africa orientale) opera il gruppo di estremismo islamico Ahlu Sunnah Wa-Jamo (Aswj) con forti legami con il famigerato gruppo terrorista somalo Al-Shabaab. L’ Aswj è stato fondato da seguaci di Aboud Rogo, un clerico keniota, ritenuto responsabile dell’attacco alle ambasciate di Nairobi e di Dar es Salaam che nel 1998 provocò la morte di 224 persone (di cui 12 americani) e più di 5mila feriti. Dopo la sua morte nel 2012, i seguagi si sono diretti verso Sud creando cellule in Kenya, Tanzania e infine Mozambico, un esercizio non troppo difficile visto che negli 800 chilometri di confine tra questi due Paesi vi sono solo due posti di frontiera.

Il modus operandi di questi gruppi è sempre lo stesso: incoraggiano gli studenti a lasciare le scuole offrendo loro delle “borse di studio” per frequentare le madrasse dove vengono radicalizzati. I più promettenti dal punto di vista militare vengono inviati in campi di addestramento in Sudan, Kenya e Tanzania. Inoltre, offrono pochi dollari alla popolazione locale per partecipare ai vari raid.

Questi gruppi, che indossano turbanti bianchi, pantaloni neri alle ginocchia e dalla testa rasata, costituiscono un grave pericolo per tutta l’Africa dell’Est. Per non parlare della Somalia, il failed state per eccellenza, che non riesce a sfruttare le pur presenti risorse petrolifere a causa della presenza di Al-Shabaab (nonché di diatribe con il Kenya sui confini marittimi).

Ma il fenomeno dell’estremismo islamico non si limita a questa regione. L’implosione del Califfato proclamato dall’Isis ha creato uno spillover dall’Iraq e dalla Siria di gruppi terroristici in gran parte dell’Africa che si affiancano, e a volte si contrappongo, a entità già presenti e radicate come ad esempio il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend) che in passato è stato il protagonista di attacchi alla compagnie petrolifere che operano in Nigeria e che nel 2006 ha rivendicato il rapimento di tre tecnici italiano e di un libanese (poi liberati).

E molti ricorderanno quando, nel gennaio del 2013, dei miliziani affiliati ad Al-Qaeda comandati da Mokhtar Belmokhtar sequestrarono oltre 800 persone in un impianto di estrazione di gas in Algeria che si concluse con la morte di 39 ostaggi stranieri.

Ma non è tutto: secondo l’International Maritime Bureau, in questi ultimi mesi il fenomeno della pirateria a danno delle petroliere è aumentato del 25% rispetto al 2019 soprattutto nel Golfo di Guinea e nella acque territoriali della Nigeria dove sono prese di mira le navi che sono alla fonda in attesa di compratori. Sono una facile preda, ma soprattutto i pirati nigeriani possono contare sull’esperienza di combattimento acquisita nella guerra portata avanti dai terroristi del delta del Niger.

Oggi come allora la strategia degli estremisti islamici nei confronti dei centri di produzione di petrolio e gas è duplice: privare i governi locali dei proventi derivanti dalle vendite di idrocarburi e, soprattutto, fomentare un senso di insicurezza e di crisi dal momento che tali attacchi coinvolgendo attori esteri hanno una grande rilevanza mediatica.

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