Relazione Dia al Parlamento

Per Cosa nostra è il momento delle scelte: cabina di regia dopo la morte di Totò Riina

di Roberto Galullo

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Matteo Messina Denaro


3' di lettura

Cosa nostra litiga (in attesa di sostituire la Commissione provinciale con una cabina di regia), la ‘ndrangheta no. Per Cosa nostra si apre il momento delle scelte, dopo la morte di Totò Riina, per la mafia calabrese no.
Forse è anche per questo che la seconda conquista sempre maggiore spazio. Non solo grazie al braccio armato ma anche grazie a quella quota “invisibile” che le indagini della Dda di Reggio Calabria stanno portando alla luce.
Può essere questa la sintesi della relazione della Dia (Direzione investigativa antimafia) sul primo semestre 2017 appena consegnata al Parlamento e firmata per la prima volta dal direttore Giuseppe Governale.

Per Cosa nostra le dialettiche interne alle cosche palermitane continuano ad influenzare l'intera struttura, sia sotto il profilo della gestione degli affari illeciti più remunerativi, sia con riferimento alla guida dell'organizzazione, la quale non sembra ancora attribuibile ad alcuno, dopo la morte di Salvatore Riina.
Si prospetta la formale apertura di una nuova epoca - quella della mafia 2.0. – sempre più al passo con i tempi, che confermerà definitivamente la strategia della sommersione. Conseguentemente, scrive la Dia, non dovrebbero profilarsi guerre di mafia per sancire la successione di Riina.

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Sembra superata per sempre l'epoca della mafia violenta, che ha ceduto il passo a metodologie volte a prediligere le azioni sottotraccia e gli affari, sovente realizzati attraverso sofisticati meccanismi collusivi e corruttivi.
Proprio in questa logica, potrebbe farsi spazio l'ipotesi di un accordo tra i capi più influenti, rivolto alla ricostituzione di una sorta di “cabina di regia”, simile ma diversa dalla Commissione provinciale, l'organismo unitario di vertice, con un prevedibile ritorno in scena dei “palermitani”.

Molto lucida la relazione della Dia sul ruolo di Matteo Messina Denaro, che taluni si sono spinti improvvidamente a prevedere come il nuovo capo dei capi. Un'eventuale successione affidata a Matteo Messina Denaro, l'ultimo latitante di rilievo, scrive infatti la Dia, al di là del suo attuale ruolo operativo, dovrebbe tra l'altro superare le resistenze dei vertici dei mandamenti del capoluogo palermitano, che potrebbero non accettare, come leader, un trapanese, da anni ormai non pienamente coinvolto nelle logiche affaristiche e criminali dell'organizzazione.

Sicuramente però, continua la relazione, è il momento delle scelte.
Per troppi anni si è protratta una situazione di stallo, tradottasi finora nell'affidamento di responsabilità, anche rilevanti, a reggenti non sempre all'altezza, per leadership e carisma, di rendere pienamente operativo un organo di raccordo sovrafamiliare, indispensabile nella risoluzione dei conflitti e nella gestione delle emergenze di alto profilo. Reggenti che non poche volte hanno dovuto fare ricorso ai consigli di anziani uomini d'onore, chiamati a garantire il rispetto delle fondamentali regole interne.

L'unitarietà, che per le cosche di Cosa nostra si prospetta come una riconquista, risulta, invece, una realtà consolidata per la ‘ndrangheta.
Le evidenze giudiziarie raccolte nel primo semestre del 2017 confermano, infatti, la qualificazione unitaria delle cosche, specialmente quelle della Provincia di Reggio Calabria, particolarmente attive nell'affermare, anche fuori regione, i comportamenti mafiosi che le identificano.

In prospettiva, l'unificazione, nel processo denominato “Gotha”, delle inchieste “Mamma Santissima”, “Reghion”, “Sistema Reggio”, “Fata” e “Alchemia”, potrebbe ulteriormente delineare l'operato di una serie di personaggi, facenti parte di una cupola mafiosa dalle spiccate connotazioni affaristiche, imprenditoriali e istituzionali, in grado di proiettare gli effetti delle proprie decisioni su tutto il Paese.

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