Opinioni

Per creare una Europa più forte su fiscalità e difesa comune occorre intervenire sui trattati

di Antonio Padoa Schioppa

(donfiore - stock.adobe.com)

4' di lettura

L’intervento di Lucrezia Reichlin (sul «Corriere della Sera» dello scorso 19 settembre) esprime con efficacia il dubbio che il rafforzamento dell’Unione europea sui due fronti cruciali della fiscalità e della difesa comune provochi una crisi di legittimità, una degenerazione verticistica tale da creare il rischio che l’Europa «si avvii a divenire qualcosa di molto diverso da una democrazia liberale». E sottolinea, giustamente, l’esigenza che non solo l’establishment, ma anche i cittadini facciano sentire la loro voce. Raccogliere le indicazioni e le loro aspettative sul futuro dell’Europa è in effetti uno dei compiti assegnati alla Conferenza così intitolata, che ha iniziato il suo percorso nel giugno scorso e che sarà gestita unitariamente dai rappresentanti del Parlamento europeo, dei Parlamenti nazionali, del Consiglio e della Commissione.

È un compito tutt’altro che agevole. La voce dei giovani dovrà ricevere l’ascolto che merita nel delineare un percorso futuro che interesserà da vicino l’esistenza di ciascuno di loro. I giovani hanno chiara la percezione di vivere ormai in un mondo globale, nel quale la risposta alle grandi sfide – climatiche, sanitarie, biologiche, energetiche, economiche, sociali – dovranno necessariamente essere anch’esse globali. E non è difficile comprendere e far comprendere, anche per mezzo di domande chiaramente formulate su pochi temi di fondo, che nessuno dei singoli Stati membri, ma solo l’Unione ha le dimensioni adeguate per influire sulle grandi scelte del mondo attuale: nella sicurezza, nella difesa, nell’economia, nella finanza, nelle nuove tecnologie, nell’ambiente. I giovani, e non solo loro per fortuna, su questi temi hanno in genere idee chiare, lungimiranti.

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Occorre tuttavia tenere fermi due punti fondamentali.

Le scelte politiche, economiche e sociali dell’Europa di domani dovranno fondarsi su una piena legittimazione democratica per evitare i rischi di degenerazioni autoritarie. Ma altrettanto chiara deve essere la percezione che l’Unione di oggi ha già creato e già utilizza non solo le istituzioni, ma anche le procedure che la tutelano rispetto a questo rischio. Il voto a suffragio universale per il Parlamento europeo, la nomina della Commissione da parte del Consiglio europeo e del Parlamento stesso – nel quale operano ormai efficacemente gruppi politici transnazionali – infine l’approvazione delle leggi, del bilancio e degli atti dell’Unione, infine la presenza della moneta unica gestita dalla Bce, questo circuito istituzionale costituisce indiscutibilmente un modello corretto di democrazia rappresentativa di stampo federale. Ciò viene davvero troppo spesso sottovalutato anche da chi si dichiara europeista. Eppure gli effetti sono evidenti: se e quando è in atto tale modello, l’Unione è già oggi una potenza mondiale. Come pure è all’avanguardia nella politica ambientale.

Dove davvero sussiste il rischio paventato da Lucrezia Reichlin? Esso è reale per quelle competenze dell’Unione per le quali tale circuito non esiste perché il Parlamento europeo in base ai trattati in vigore non ha in esse voce in capitolo; e perché, non a caso proprio in queste stesse materie, il Consiglio opera solo alla unanimità, condannando così l’Europa all’inazione dove c’è il dissenso anche di un solo governo: nella politica estera, nella difesa, nella fiscalità e in altri comparti essenziali che pure appartengono alle competenze dell’Unione. È anzitutto il potere di veto ad averne impedito sinora l’adozione. E anche quando essi agiscono, il difetto di legittimazione democratica è grave e palese perché il Parlamento europeo è escluso dal processo di decisione.

Come uscirne? In due modi, tra loro complementari.

Anzitutto, un ampio margine di manovra entro i Trattati già esiste, molto efficace quando viene utilizzato. Basti considerare come si è giunti alle storiche decisioni del 21 luglio 2020, impensabili solo un anno prima, che hanno introdotto un avvio di una fiscalità europea, sia pure dichiarata temporanea, con l’attivazione di bond, a lungo esclusi per l’opposizione di alcuni governi. Inoltre i Trattati stessi prevedono, proprio per superare le strettoie, non solo l’astensione che consente di sbloccare il potere di veto, ma soprattutto la cooperazione rafforzata che consente a un gruppo di Stati di procedere sulla via dell’integrazione se gli altri Stati non intendono, almeno provvisoriamente, prendervi parte attiva (artt. 20 e 42 Tue). E per le materie per le quali il Parlamento europeo è escluso dai Trattati, una lungimirante clausola passerella consente ai governi della cooperazione rafforzata di deliberare il passaggio alla procedura legislativa ordinaria e dunque alla codecisione con il Parlamento europeo e alla decisione a maggioranza qualificata (art. 333 Tfue).

In secondo luogo, una serie, circoscritta ma incisiva, di modifiche dei Trattati non deve in alcun modo essere esclusa a priori. Come è quasi sempre accaduto in passato, solo quando un obiettivo condiviso esige regole nuove, queste vengono introdotte a livello di legislazione primaria dell’Unione. E non pare dubbio che il conseguimento tanto di un potere fiscale proprio dell’Unione (oggi assente) quanto di un nucleo di difesa sovranazionale europea comportino necessariamente l’estensione del potere di codecisione del Parlamento europeo e il superamento del potere di veto. Occorrerà intervenire sui trattati. D’altronde, sia il Parlamento europeo che la Commissione si sono già più volte pronunciati in tal senso.

La gravità delle multiple crisi in atto potrà vincere la resistenza dei governi? In queste settimane numerosi segnali positivi dei più alti responsabili politici si sono avuti in Francia, in Germania, in Italia, in Spagna e altrove in Europa.

Se a queste conclusioni, ascoltata la voce dei cittadini e in particolare dei giovani, dovesse giungere la Conferenza sul futuro dell’Europa, il Parlamento europeo, la Commissione e i governi nazionali dovrebbero dar loro seguito avviando le procedure di modifica dei Trattati già prima dell’inizio, nel 2024, della prossima legislatura europea.

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