BENI CULTURALI

Per la cultura pochi fondi e concentrati in progetti «sponda»

di Vera Viola

3' di lettura

Se il turismo è in forte crescita in Italia e se gli interventi di restauro e recupero di beni culturali in qualche modo ripartono, non c'è da adagiarsi sugli allori poiché c'è ancora molta strada da fare. Lo studio “Specializzazione intelligente e patrimonio culturale”, promosso da Confindustria Campania e Fondazione Mezzogiorno Tirrenico, e curato da Srm e Università della Calabria, mette in luce i progressi compiuti e le gravi carenza irrisolte.

La ricerca parte da alcune premesse. «In primis – chiarisce Domenico Cersosimo, docente di Unical, nel presentare l’analisi in occasione dell’incontro su “Ripresa degli investimenti” promosso da Confindustria Campania – gran parte dell’immenso patrimonio storico-culturale e archeologico è di proprietà pubblica e molti beni non raggiungono soglie di fruitori compatibili con una gestione di mercato. In cifre, più del 70% dei beni ha meno di 5mila visitatori l’anno».

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In questa situazione è di fondamentale importanza il finanziamento pubblico. Ma questo, negli anni è venuto meno a causa di un progressivo disinvestimento in cultura in Italia. La spesa ordinaria si è sempre più impoverita, soprattutto al Sud. Nel 2015 il Mezzogiorno riesce a recuperare un pò di risorse grazie ai fondi europei, ma questi sono destinati a investimenti e non alla gestione ordinaria.

Significativo il caso della Campania.

CULTURA E RICERCA

Euro procapite costante 2010.

CULTURA E RICERCA

La spesa ordinaria che nel 2000 ammontava a 1,2 miliardi, scende a 500 mila euro nel 2008; e quella per investimenti passa da 1,5 del 2000 a 670 milioni nel 2008. Solo nel 2015 si registra una lieve (molto lieve) risalita in concomitanza con la chiusura del ciclo di programmazione europea, periodo in cui solitamente si concentra la maggior parte degli investimenti finanziati.

Ma anche quello dei fondi europei è un capitolo che presenta numerose criticità.
Sempre in Campania, la regione con il maggior numero di musei, monumenti e aree archeologiche (41 beni culturali ogni 100 kmq contro i 37 nel Nord, 22 nel Sud e 47 nel Centro), secondo la rilevazione di Srm e Unical, la spesa dei fondi europei è stata deludente. Di 700 milioni disponibili, nel periodo 2007-2013, più di un quarto della spesa e più di un terzo dei pagamenti sono andati a progetti “retrospettivi” (meglio noti come progetti «sponda», ovvero già realizzati con altri fondi). Quanto ai singoli interventi, si è trattato di numerosi progetti di piccolo importo: oltre il 40% ha avuto un importo inferiore a 100 mila euro e il 60% non ha superato i 200 mila euro. Sono solo 14 programmi quelli che superano i 10 milioni. Inoltre la maggior parte dei finanziamenti è stata concentrata in poche aree: Napoli e Pompei (con 109 milioni hanno assorbito il 60% dei finanziamenti; mentre messe insieme Napoli, Pompei, Caserta, Giffoni e Ravello hanno ottenuto il 70% dei finanziamenti.

Dalle criticità alle proposte.
La prima: non concentrare la cura solo sulle “pietre”, ma puntare allo sviluppo delle conoscenze, dell'informazione e della comunicazione, della ricerca. Non destinare risorse solo al monumento o al sito archeologico, ma anche a ciò che rappresenta, alla sua storia, al contesto in cui si inserisce. Allo stesso modo nella gestione, oggi spesso insoddisfacente, più che su un singolo bene estenderla a grappoli di beni: dal singolo bene al contesto.

È necessario, per gli studiosi di Srm e Unical, un uso sociale delle informazioni contenute negli archivi delle autorità di tutela (miniera sottoutilizzata): al fine di consentire incroci con dati e informazioni su ambiente, natura, urbanistica, mobilità e logistica, enogastromia. E sarebbe opportuno provvedere alla manutenzione programmata dei beni e dei siti (uscendo dalla logica dell'emergenza e dell'una tantum) facendo ricorso alle tecnologie avanzate, accademiche e non (non solo ingegneria dei materiali o di cultura digitale, ma di organizzazione e management).

Ancora oggi, si fa notare, si adotta una politica frazionata (Beni culturali, Ricerca, Urbanistica, Turismo), e le amministrazioni locali poco propense ad agire a scala intercomunle.

In conclusione, precisa Domenico Cersosimo, «serve una task force per il coordinamento della politica presso la Presidenza della Regione e uno sforzo per integrare la spesa ordinaria e quella aggiuntiva».

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