emergenza covid-19

Per evitare che l’economia muoia servono test e dispositivi di protezione, la ricetta del Nobel Romer

Due contromisure per alleggerire appena possibile il distanziamento sociale suggerite insieme ad Alan M. Garber, medico ed economista ad Harvard, in un intervento sul New York Times

di Nicola Barone

(REUTERS)

3' di lettura

Accanto alla pandemia con enormi costi in termini di vite viaggia la crisi economica. Purtroppo le politiche che i governi hanno adottato per affrontare ciascuna di esse separatamente «sono contraddittorie e rischiano un fallimento catastrofico a lungo termine». E d’altro canto «il distanziamento sociale è una misura d'emergenza che mette al riparo la vita ma blocca l'attività economica». Non bisogna perder tempo secondo Paul Romer, Nobel per l’Economia nel 2018, e Alan M. Garber, medico ed economista ad Harvard: serve uno schema preciso di azioni, da rendere operativo in tempi rapidi.

Risposta organizzata entro due mesi
Per i due studiosi, autori di un articolato intervento sul New York Times, «le garanzie sui prestiti e i trasferimenti di contante diretti scongiureranno il fallimento e l'insolvenza sul debito, ma queste misure non possono ripristinare la produzione perduta quando il distanziamento sociale impedisce alle persone di produrre beni e servizi». Se s’intende salvaguardare il proprio stile di vita, pertanto, «dobbiamo passare entro un paio di mesi a un approccio mirato che limiti la diffusione del virus ma permetta comunque alla maggior parte delle persone di tornare al lavoro e alle loro attività quotidiane». Si può partire da due strategie complementari. «La prima si basa su test per indirizzare il distanziamento sociale in modo più preciso» mentre la seconda consiste nel mettere a disposizione, in maniera larga, tutti quei dispositivi di protezione che sono in grado di impedire la trasmissione del coronavirus. Ciò, va da sé, presuppone un massiccio aumento della capacità di produrre a costi bassi tali strumenti.

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La fotografia del contagio
Test frequenti della presenza del virus consentiranno di identificare e isolare quelli che sono portatori del contagio giorni prima dello sviluppo dei sintomi. «Potremmo iniziare esaminando le persone su base settimanale», ipotizzano Romer e Garber. Avrebbe senso, invece, monitorare ogni giorno gli operatori sanitari e i soccorritori. «Non abbiamo la possibilità di farlo ora, ma tutto ciò che sarebbe necessario per far sì che ciò accada è che il governo federale faccia del test per il coronavirus un obiettivo urgente finanziandolo, poi ,di conseguenza». Un’ulteriore arma risiede nella capacità di rilevare gli anticorpi contro il nuovo coronavirus. «Se guarire conferisce immunità, come sembra essere il caso di SARS e MERS, i test identificheranno individui che non sarebbero né danneggiati dall'esposizione al virus né esporrebbero altri al rischio di infezione. Non avrebbero bisogno di ulteriori verifiche».

Dispositivi di protezione
È l’ulteriore punto su cui insistono Romer e Garber, anche per la scarsa lungirmiranza mostrata dalle autorità nell’ignorare le sollecitazioni preventive degli epidemiologi. «C'è un disperato bisogno di dispositivi di protezione completi, ma quelli esistenti sono ingombranti, complicati da indossare e rimuovere in sicurezza». Dato che aumenta la produzione di attrezzature tradizionali, il governo dovrebbe anche finanziare un programma per sviluppare nuovi e migliori tipi di protezione. Una volta pronte le attrezzature esse dovrebbero essere date prioritariamente ai lavoratori essenziali: prima quelli dell'assistenza sanitaria, farmacisti, forza dell’ordine, vigili del fuoco e coloro che mantengono i servizi pubblici e la fornitura di cibo. Per poi essere offerti a tutti.

La minaccia sul lungo periodo
In un orizzonte ampio è verosimile pensare a cure mediche efficaci o alla messa a punto di un vaccino. «Ma non possiamo permetterci di aspettare e sperare. John Maynard Keynes notoriamente ha scherzato sul fatto che alla lunga siamo tutti morti. Se manteniamo la nostra attuale strategia di soppressione basata sulla distanza sociale indiscriminata per 12-18 mesi, la maggior parte di noi sarà ancora viva. È la nostra economia che sarà morta».

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