AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùitalia-francia

Per evitare la palude Telecom serve l’asse Del Vecchio-fondi

di Antonella Olivieri

(REUTERS)

4' di lettura

I francesi, da qualsiasi parte della barricata stiano, vogliono comandare. Sarebbe semplicistico liquidare con un luogo comune il confronto in corso tra Leonardo Del Vecchio e il management di Essilor. Così come non è detto che funzioni sempre il motto che alla fine a vincere è chi ci mette i soldi, come dimostra la partita-gemella che Vincent Bollorè sta giocando su Telecom. Il problema, in entrambi i casi, non è tanto quello dei rapporti Italia-Francia – due Paesi vicini, ma portatori di culture differenti, specie in azienda – quanto quello dell’ottica di aziende padronali che mal si sposa con la conduzione di aziende ad azionariato diffuso, dove a farla da padrone sono i manager.

Quando a guidare la “sua” Luxottica, Del Vecchio aveva messo Andrea Guerra, il manager aveva negoziato per quattro mesi con i cugini francesi ed aveva concluso che le culture delle due aziende erano troppo differenti per cavarne qualcosa di buono. Probabilmente Guerra non credeva più di tanto alla validità del progetto industriale che invece Del Vecchio, tornato al comando, ha voluto perseguire fino al punto di accettare di diluire il controllo all’attuale 32% nel gruppo italo-francese dell’occhiale.

Loading...

Il nodo “culturale” è però arrivato subito al pettine, col paradosso che il primo azionista si trova a far la guerra al management dell’azienda acquisita che, col 4% di quota azionaria alle spalle, gode di una governance paritetica fino all’assemblea del 2021.
Nel gioco si è inserito anche il mercato – a buon titolo si direbbe visto che il flottante supera abbondantemente il 60% - che reclama per sé due posti nel consiglio della holding EssiLux, in versione casco blu dell’Onu, perché per il mercato lo scenario peggiore è quello di uno stallo dove per tre anni le sinergie promesse dall’integrazione resterebbero lettera morta.

Nel caso Telecom si è dimostrato che 4 miliardi messi sul piatto da Vivendi per avere una quota del 24% (appena sotto la soglia d’Opa del 25%) non sono sufficienti ad assicurare il comando. Il gruppo che fa capo a tutti gli effetti a Vincent Bolloré – azionista con quasi il 30% dei voti, “censore” (che significa “osservatore”) e consigliere del ceo, Arnaud de Puyfontaine, oltre che padre del presidente del consiglio di sorveglianza, Yannick, al quale ha lasciato il posto – non solo è stato scalzato dalla maggioranza del cda a opera del fondo Elliott un anno fa, ma ha anche mancato la rivincita quest’anno, quando intorno all’attivista Usa - vicino al 10%, a fianco di analoga quota messa assieme nel frattempo da Cdp – si è consolidata una maggioranza del 40%. Il mercato ha ignorato in toto le istanze dei francesi, comprese quelle che potevano avere fondamento, a riprova del fatto che mettere a repentaglio la reputazione negli affari è sempre un danno.

Partite gemelle, ma gemelle diverse. Del Vecchio ha probabilmente una maggior capacità di sparigliare le carte (oltre che paludati consulenti, come Sergio Erede per la parte legale e Goldman Sachs per i rapporti col mercato). Come si è visto al consiglio di mercoledì, dove non è passata la richiesta di ampliare il board con l’innesto di un rappresentante dei lavoratori e di due del mercato, rispetto ai 16 componenti pattuiti (otto per parte), perché il fronte francese ha registrato una defezione, curiosamente quella del vice-presidente e ceo di Essilor Hubert Sagnières, facendo prevalere il fronte italiano (tre voti a favore della proposta, quattro astenuti e nove contrari). Solo un parere consultivo quello del board secondo le regole transalpine (l’operazione è stata realizzata con un reverse merger col quale Parigi ha inglobato il gruppo di Agordo, uscito così da Piazza Affari), perché poi si andrà alla conta in assemblea il 16 maggio.

Del Vecchio ha i numeri dalla sua parte. Al suo 31% sono da aggiungere i voti di azionisti della vecchia Luxottica, come Armani che ha il 2%, sui quali l’imprenditore che si è fatto da sé può pensare di contare per arrivare fino al 36%. Alle assemblee passate di Essilor – in versione public company, col 14% del capitale in mano a manger e dipendenti – si presentava all’incirca il 60% del capitale che, con la fusione, può considerarsi dimezzato. Dunque, a meno questa volta marchi visita ben oltre il 70% del capitale, le chance di contrastare il “padrone” italiano sono virtualmente nulle. Se anche passasse l’ampliamento del consiglio, secondo i legali di parte, varrebbero comunque i patti dell’aggregazione che prevedono veti incrociati: nello specifico, nessuna delibera potrebbe passare se non con il sì di almeno uno dei consiglieri Luxottica. Attenzione però a estendere al mercato il braccio di ferro, soprattutto quando dietro ci sono investitori poco propensi all’attivismo come Fidelity, Rothschild e Sycomore. C’è chi è pronto a scommettere che la diatriba si risolverà in consiglio prima di deflagrare sul mercato, ma che non sarà Del Vecchio a tirarsi indietro.

Riproduzione riservata ©

  • Antonella Olivieriinviato

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco, olandese (familiare), comprensione di testi scritti in francese, spagnolo e portoghese

    Argomenti: finanza corporate, M&A

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti