sostenibilità

Per l'ex ceo Unilever basta 3,5-5,5% Pil globale per salvare il pianeta

Paul Polman ha lasciato la multinazionale dei consumi lo scorso luglio e ha lanciato un'iniziativa, Imagine, per curare «i mali del mondo», cambiamento climatico, disuguaglianze e povertà. In un'intervista a Radiocor ha spiegato che bisogna agire in fretta e le soluzioni ci sono, per esempio una tassa per gli utra-ricchi e sull'uso eccessivo di plastica. I governi stanno facendo la loro parte e anche le aziende cominciano a vedere le opportunità legate a un approccio più etico e sostenibile

di Stefania Arcudi

default onloading pic

3' di lettura

Per risolvere i grandi problemi del nostro millennio - cambiamento climatico, povertà, disuguaglianze sociali ed economiche - non bastano le parole, ma occorrono azioni concrete, rapide e coordinate, a livello governativo e nel settore privato. L’uso di una piccola fetta del Pil globale, una mini-tassa sul reddito degli ultra-ricchi (il cosiddetto «top 1%») o imposizioni per l’uso eccessivo di plastica potrebbero essere «strade percorribili, se si volesse». Lo ha detto a Radiocor Paul Polman, ex amministratore delegato di Unilever, a margine della masterclass «Leadership and the Golder Rule» alla Franklin University Switzerland (università no profit, accreditata Stati Uniti e Svizzera, con sede a Sorengo, vicino Lugano, che offre programmi banchelor e master), durante la quale si è discusso, tra le altre cose, di come le aziende possano cambiare governance e strategia, anche di leadership, in un'ottica più sostenibile.

Polman ha lasciato la multinazionale dei beni di consumo lo scorso luglio (aveva annunciato l’addio a novembre 2018) per dedicarsi a tempo pieno a combattere quelli che lui chiama i «mali» del nostro tempo. Per questo, con la «missione personale di essere una forza che lavora per il bene collettivo», ha lanciato Imagine, organizzazione che lavorerà per sensibilizzare le aziende in modo da raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, Sdg), il programma d’azione in 17 punti dell’Onu. «Secondo le stime, servirebbero da 3.000 a 5.000 miliardi di dollari all’anno per raggiungere gli obiettivi dell’Onu. Considerando che l’economia mondiale nel 2018 valeva quasi 90.000 miliardi di dollari, vuol dire che servirebbe tra il 3,5 e il 5,5% del Pil globale per salvare il pianeta. Credo ne valga la pena», ha detto Polman. Finora oltre 9.000 aziende e investitori con asset complessivi per oltre 4.000 miliardi di dollari si sono impegnati a sostenere gli Sdg.

Loading...
Ambiente, l'uomo comincio' a far danni 10mila anni fa

Molto deve essere ancora fatto e la strada è ancora lunga e, anche se tutti sanno cosa dovrebbero fare, passare dalle parole ai fatti non è cosa così scontata: «La situazione si evolve rapidamente, ma noi siamo paralizzati» e, per questo, «bisogna imprimere un’accelerata. Non siamo neppure ancora in grado di prevedere quando raggiungeremo almeno la metà degli obiettivi dell’Agenda 2030», ha detto Polman, che è tra le altre cose chair della International Chamber of Commerce. Le soluzioni, però, sono a portata di mano: «Anche solo fissando una tassa dello 0,5% sul reddito dell’1% più ricco del mondo, oppure un’imposizione per l’uso eccessivo di plastica si troverebbero i fondi per combattere la povertà estrema, per aprire scuole e costruire ospedali. E’ totalmente fattibile, se decidiamo di farlo», ha detto l’ex Ceo di Unilever. Le ricadute sarebbero positive anche per l’economia mondiale, che «con un cambiamento radicale di approccio potrebbe accelerare il passo in modo significativo». Le grandi aziende «lo hanno capito e si stanno assumendo maggiori responsabilità», ha aggiunto, facendo riferimento alla «svolta etica» delle multinazionali americane e al documento firmato dai 181 amministratori delegati della Business Roundtable per ricalibrare le priorità delle aziende, non pensando solo a generare profitti, in modo da creare valore di lungo termine.

«Il business e i mercati possono essere il volano anche per un cambiamento morale oltre che economico», ha spiegato, sottolineando che «le aziende e in generale il settore privato cominciano anche a vedere le opportunità» legate ad attività più sostenibili e al fatto di giocare un ruolo più attivo. De resto anche i Governi «hanno cominciato a muoversi», comprendendo che «il costo economico dell’inazione è superiore a quello dell’azione, perché le conseguenze dei cambiamenti climatici e dell’irresponsabilità sociale si faranno sentire nei prossimi decenni e saranno drammatiche». Il riferimento è per esempio all’Amazzonia, colpita da incendi che ne stanno letteralmente facendo andare in fumo l’ecosistema: «Il G7 ha promesso 20 milioni di dollari, una cifra molto bassa, specie se paragonata ai benefici per decine di miliardi di dollari che l’Amazzonia genera a vari livelli», ha detto. Anche il nostro Paese sta cercando di fare la propria parte: «L’Italia, al di là di quello che possono e riescono a fare i Governi, ha una solidità di base che le consente di funzionare, legata anche alla creatività e bravura degli imprenditori. Le sfide sono molte, anche da un punto di vista fiscale ed economico, ma è nell’interesse del Paese restare in Europa, che dal canto suo non deve lasciare l’Italia da sola ad affrontare i problemi», ha concluso Polman.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti