A tu per tu

«Per farcela servono passione, competenza e determinazione»

Ma potrebbero non bastare, spiega Linda Laura Sabbadini: la direttrice centrale dell’Istat è convinta che le donne aspiranti a raggiungere posizioni apicali devono imparare anche a «fare squadra»

di Eliana Di Caro

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(GettyImages)

Ma potrebbero non bastare, spiega Linda Laura Sabbadini: la direttrice centrale dell’Istat è convinta che le donne aspiranti a raggiungere posizioni apicali devono imparare anche a «fare squadra»


7' di lettura

Può la passione per le lettere antiche convivere con quella per numeri e modelli matematici? Certo, a sentire Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, pioniera degli studi statistici sulle disuguaglianze di genere in Italia e a livello internazionale, appena nominata presidente di Women20, il gruppo di supporto al G20 sulle tematiche che riguardano le donne. Tutto è partito da quell’apparente contrasto, racconta in un colloquio via Skype: «Alle medie mi piaceva la matematica grazie anche a Emma Castelnuovo, un’insegnante dal metodo rivoluzionario che vedeva nella materia logica e creatività. Al liceo classico amavo il latino e il greco, mi incuriosivano il sanscrito e l’archeologia. La sensibilità per i diritti e la sfera sociale arriva da questa formazione umanistica e dal clima degli anni 70. All’università ho scelto statistica: era proiettata verso il futuro e mi avrebbe permesso di coniugare la propensione per la matematica e l’impegno per i diritti, che andavano misurati per cambiare la società».

La vaghezza proprio non rientra nell’orizzonte della dirigente pubblica romana, 64 anni, capelli ricci e ribelli, l’aria schietta e un sorriso che riempie l’intero schermo. La questione di genere è scritta nel suo Dna: «Sono di famiglia ebraica. Mio padre faceva l’ingegnere, morì quando avevo otto anni. Mia madre era un’insegnante di geografia politica ed economica. Lei, la nonna e persino la bisnonna (che, rimasta vedova con una bambina piccolissima, prese in mano la tipografia del marito) hanno sempre lavorato, quindi per me era normale che una donna lavorasse. Ma non era, e non è, la normalità in Italia». Accanto alla forza di questo esempio, ha inciso sulla sua crescita quanto le ha trasmesso il nonno che viveva in casa con loro: «“Ricordati che sei ebrea, una cosa bellissima, ma che noi ebrei siamo spesso perseguitati: beh, c’è una cosa che nessuno al mondo ti potrà mai togliere, la cultura”, mi diceva, sollecitandomi a studiare. Questo insegnamento ha segnato la mia vita, ha dato impulso alla curiosità e potenziato l’attitudine ad approfondire le cose».

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Linda Laura Sabbadini approda all’Istat nel 1983 vincendo un concorso destinato a chi aveva la licenza media inferiore. In quella fase pensava (come molti della sua generazione) che contasse la conoscenza, non il pezzo di carta. «A un certo punto ho capito che per cambiare le cose - e io volevo farlo, negli anni 80 le statistiche sociali quasi non esistevano - non potevo riuscirci da “soldato semplice”. Ho ripreso gli studi e mi sono laureata nel 1987». Da quel momento è cominciata la scalata ai vertici attraverso i concorsi interni, sino a divenire direttrice centrale (l’Accademia della Crusca permette anche “direttora”, che lei preferisce): quest’ultima posizione si ottiene attraverso la nomina del presidente. Con un percorso così, siamo di fronte all’interlocutrice ideale cui chiedere un suggerimento per le donne che vorrebbero fare strada, sono dotate delle qualità e dei requisiti adeguati, eppure non avanzano, bloccate da ostacoli di ogni tipo: «La prima cosa è la competenza», risponde senza esitazione. «Non bisogna stancarsi mai di studiare. Il sapere è qualcosa che cresce con te, non devi mai fermarti. Poi è essenziale la passione: la competenza va costruita su ambiti e temi ai quali siamo appassionate. Non ti puoi permettere di non essere determinata, devi perseguire il tuo obiettivo anche nei momenti più difficili perché se ne incontreranno tanti. Infine c’è la condivisione: costruire insieme agli altri, alle altre, dandosi delle mission. Per me, ad esempio, era fondamentale che le statistiche ufficiali riuscissero a misurare i fenomeni sociali e ambientali, le differenze di genere, le disuguaglianze, facendo emergere gli invisibili. Di questo ho fatto il senso della mia vita all’interno dell’Istat... nello stesso tempo non l’ho fatto da sola ma con una squadra eccezionale e grazie ai presidenti che ci hanno creduto».

Il problema del maschilismo, però, spesso va oltre questa capacità di strutturarsi, e superarlo non è semplice. «Bisogna essere tenaci, guardare sempre avanti. È fondamentale non rimanere isolate, cercare la condivisione con altre donne, non stare in silenzio. La prima reazione è quella di mettersi in un angolo, ed è la cosa peggiore». Sabbadini ne parla a ragion veduta. Nel 2016 venne sollevata dall’incarico nell’ambito di una riorganizzazione interna dell’Istituto, un provvedimento che provocò proteste bipartisan a livello politico, interrogazioni parlamentari, articoli sui giornali, commenti sui social, petizioni. Nel 2019 la dirigente è stata nuovamente valorizzata, tornando a essere direttrice centrale, se possibile con una motivazione ancora più forte.

C’è poi un quadro normativo in cui si inserisce il tema della parità di genere e più in generale delle disuguaglianze, che va monitorato («non pensiate che le conquiste siano tali a vita, difendetele sempre», diceva Tina Anselmi) e migliorato. Sabbadini afferma a chiare lettere che «il nostro Paese di leggi ne ha fatte tante, il problema è che spesso non vengono applicate. Certamente dobbiamo lavorare sul nostro apparato normativo ma il nodo da sciogliere è quello di un cambiamento culturale che consenta di tradurre in realtà quanto è scritto nei codici. C’è ancora una forte resistenza nelle istituzioni e nella società, che riguarda gli uomini e le stesse donne: gli stereotipi di genere sono duri a morire, continuano ad esempio a circolare inaccettabili libri di testo per le elementari. Serve un’azione efficace, capillare, da condurre attraverso i media e nella scuola. La battaglia è tutta culturale». Un capitolo a sé è costituito dalla violenza. Anche nelle settimane scorse, e proprio quando ci avviciniamo al 25 novembre – giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Onu nel ’99 – si sono susseguiti alcuni femminicidi. «O creiamo un clima non solo di condanna sociale ma anche di accoglienza e accompagnamento delle vittime nel percorso di uscita dalla violenza – avverte Sabbadini – o le donne saranno sole e non potranno che subire le aggressioni. Bisogna potenziare tutti gli strumenti a disposizione, investendo nei centri antiviolenza e nei pronto soccorsi, si deve cambiare la mentalità di chi presidia la sicurezza, delle istituzioni, dei media». La voce di Sabbadini sale di tono, il volto si infiamma: «Sono poche le donne che si rivolgono a qualcuno. Quando abbiamo fatto un’indagine, agli inizi degli anni 2000, è emerso che addirittura il 30% delle donne aggredite aveva parlato per la prima volta con noi come Istat, perché la tendenza invece è nascondere questa grande ferita, al massimo confidarsi con le amiche; pochissime vanno nei centri dedicati o al pronto soccorso dove non dicono di aver subìto percosse e botte; a denunciare sono meno del 10 per cento. La violenza si autoriproduce nel momento stesso in cui avviene: è la cosa più grave. Davanti ai figli, l’atto violento del padre nei confronti della madre fa sì che in futuro si abbia un certo numero di uomini che saranno autori di violenza, dopo aver introiettato il modello paterno. E allora il punto cruciale è rompere questa spirale». Il fenomeno è trasversale, aggiunge Sabbadini, interseca le classi sociali e le aree geografiche, si allarga a una dimensione internazionale. Di qui l’auspicio di avere «a livello europeo una indagine sulla violenza obbligatoria per tutti i Paesi, come accade per il lavoro o per le condizioni economiche. Il Covid ha reso questo vuoto ancora più evidente. Senza i dati non si può capire l’evoluzione della realtà né come poter incidere».

Proprio per rispondere alla crisi provocata dalla pandemia, Sabbadini è stata chiamata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a far parte della Commissione Colao, dal cui documento conclusivo emergono «proposte concrete sull’uguaglianza di genere e il welfare di prossimità. Le donne sono la metà della popolazione, non una categoria svantaggiata: l’obiettivo è dunque quello di alleggerire il sovraccarico di lavoro familiare che pesa sulle loro spalle, redistribuendolo all’interno della coppia e nella società. Abbiamo indicato misure per potenziare i nidi e i servizi sul territorio per gli anziani, i disabili, anche gli adolescenti, mettendo al centro le persone. Sono necessari investimenti importanti nella sanità e nell’assistenza sociale come quelli messi in campo dalla Germania, che porterebbero a due milioni di occupati, di cui oltre il 60% donne. Ricordiamoci che siamo sottodimensionati nell’occupazione femminile, e proprio in questi settori. Il Recovery plan dovrebbe stanziare i fondi per la costruzione dei servizi, mentre le spese correnti andrebbero messe nella legge di bilancio: non è mai stato fatto, nella storia del nostro Paese. È ora». Un’azione cruciale, aggiunge, è mettere a regime la valutazione di impatto di genere prima e dopo il varo di una legge, attraverso strutture a livello ministeriale (dotate di adeguate risorse) che siano permanenti e operative.

La stessa ambizione e la stessa tenacia guideranno le azioni di Sabbadini (sposata con Bernard, due figlie: una triade che l’ha sempre sostenuta), alla presidenza italiana del Women 20. I lavori si inaugurano il 1° dicembre, dopo il summit coordinato dalle saudite in cui sono state varate le raccomandazioni per il G20 del 21 e 22 novembre. Women20 è un organismo composto dalle delegazioni di tutti i Paesi ed è espressione della società civile (studiose, scienziate, associazioni). «Voglio innescare una grande partecipazione: faremo dei meeting con i vari gruppi per raccogliere suggestioni e idee. Tutto ciò dovrà essere mediato con gli altri Stati ma diventerà una base di partenza molto ricca», un lavoro che condurrà all’elaborazione del documento da consegnare al G20 di luglio. La sede è a Roma all’Aidda, l’Associazione delle dirigenti d’azienda.

Ieri sulle prime pagine dei giornali c’era il volto di Antonella Polimeni, eletta rettrice della Sapienza; Kamala Harris sarà al fianco di Joe Biden, alla Casa Bianca. Sono finalmente maturi, in Italia, i tempi per una presidente del Consiglio o della Repubblica? «Le donne competenti ci sono. Basta volerlo».

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