Giustizia

Per un giorno di carcere ingiusto lo Stato paga da 120 a 800 euro

A seconda della Corte d'appello cambia la cifra dei risarcimenti, anche per i domiciliari. Versati in totale 180 milioni in quattro anni

di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Sono costati quasi 180 milioni in quattro anni i risarcimenti pagati dallo Stato come equa riparazione di errori giudiziari e detenzioni ingiuste. In base ai dati del ministero dell’Economia l’importo annuo pagato ai cittadini per riparare i danni morali e materiali è cresciuto fino al 2019, quando ha raggiunto i 48,8 milioni, per poi scendere, nel 2020, a 43,9 milioni, con ogni probabilità per l’impatto Covid su reati e procedimenti.

Somme di rilevo da cui parte l’analisi della Corte dei conti, sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato, che accende i riflettori sulla mancanza di omogeneità degli indennizzi, ma anche sulle azioni di rivalsa dello Stato nei confronti dei giudici a cui gli errori sono imputabili (dal 2017 al 2019 i procedimenti disciplinari sono stati in tutto 53). Un tema caldo, che si intreccia con il dibattito sulla responsabilità dei magistrati.

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I pagamenti

Oltre l’80% dei pagamenti effettuati nel triennio 2017-2019 è dovuto a risarcimenti per detenzione ingiusta - cioé preventiva e non necessaria o seguita da assoluzione - sia domiciliare che carceraria. Molto più basse, invece, le somme versate a fronte di errori giudiziari, ovvero carcerazione dopo la sentenza.

Nel 2019, il volume più elevato è stato deciso dalla Corte d’appello di Reggio Calabria (10,2 milioni) e ha risarcito soprattutto per i danni causati da ingiusta detenzione (9,8 milioni). La Corte di Roma ha invece sancito il ristoro più alto per errore giudiziario: 2,2 milioni di euro per 2 ordinanze.

Ma «le Corti d’appello non usano lo stesso metodo nel fissare gli indennizzi - osserva Mauro Oliviero, magistrato della Corte dei conti che ha curato la relazione - perché fanno riferimento a non sempre univoci orientamenti della Cassazione». Con l’esito di stabilire importi anche molto differenti, persino al loro interno.

La Corte dei conti ha esaminato un campione di ordinanze emesse da alcune Corti d’appello da cui è emerso, ad esempio, che per la detenzione carceraria ingiusta si va dai 117,91 euro circa al giorno liquidati dalla Corte d’appello di Catania (in presenza di concorso di colpa del richiedente) ai 791,38 riconosciuti dalla Corte d’appello di Catanzaro (somma che comprende anche il danno). Ma la stessa Corte di Catanzaro in altre ordinanze da fissato importi di 235 euro. E anche a Perugia si va dai 235 euro al giorno ai 550. Peraltro le Corti d’appello, in alcune ordinanze, hanno risarcito di più la detenzione domiciliare rispetto a quella in cella: 1.179 euro per ogni giorno chiusi a casa a Perugia, 1.383 a Catanzaro. Con distanza abissale dai 159,58 euro al giorno decisi all’Aquila. Per la Corte dei conti servirebbe un maggior coordinamento e monitoraggio del ministero della Giustizia.

I NUMERI
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Le responsabilità

A fronte di questi dati, non sono molte le azioni disciplinari avviate nei confronti dei magistrati. La Corte dei conti, che riprende le rilevazioni degli uffici ispettivi del ministero della Giustizia sulle scarcerazioni oltre i limiti di legge dovute a «ignoranza o negligenza inescusabile» del giudice, cita 13 azioni promosse nel 2017, 16 nel 2018 e 24 nel 2019. Del resto – ha spiegato il ministero della Giustizia nella relazione alle Camere del 2018 – non è detto che la riparazione per l’ingiusta detenzione sia legata a un errore del magistrato: si può trattare, ad esempio, di custodia cautelare legittima ma che poi si rivela inutile.

Mancano (quasi) del tutto, invece, informazioni sulle azioni di recupero delle somme pagate dallo Stato per l’ingiusta detenzione nei confronti dei responsabili: la Corte dei conti, tramite le sue sezioni giurisdizionali, ha ricostruito solo un procedimento avviato nel 2016 contro un magistrato campano e concluso con il pagamento di parte della somma. Né risulta che siano state attivate altre misure per contenere i costi a carico dello Stato.

Anzi: manca - rileva la magistratura contabile - un coordinamento tra gli indennizzi per l’ingiusta detenzione (previsti dagli articoli 314 e 315 del Codice di procedura penale) e il risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie (regolato dalla legge 117/1988 sulla responsabilità civile dei magistrati). Un intervento necessario, secondo la Corte, per evitare il cumulo dei due rimedi e il doppio esborso da parte dello Stato.

Inoltre, per monitorare le riparazioni e curare le azioni conseguenti, anche disciplinari, la Corte suggerisce che il fenomeno sia tutto governato dal ministero della Giustizia: oggi gli indennizzi sono pagati dall’Economia.

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